lunedì 1 giugno 2015

Ho appena appoggiato la porta...

Ho appena appoggiato la porta
lasciandoti andare,
senza vederti voltare.
Si aspetta un secondo di solito
o  sesto di secolo prima
di volgere indietro lo sguardo,
alla soglia usurata,
la fronte bagnata,
accartocciata e pesante.

Livida la notte e leggera,
la luna a passo di ballata lenta
avanza; la luna,
quel pensile oggetto
sputato nel cielo
da un dio senza tempo
che mai ebbe tempo di appianarle i crateri;
e ora crateri più grandi mi trivella
fra falange e falange ogni scelta.

Andare, restare, partire…

Casa è il luogo a cui si torna.
E resto, solo e pensoso,
in questo angolo di sfera distante.
S’ama solo quel che si teme
o non si possiede.

Casa è il luogo da cui si parte.
Un dì, se non andrai sempre fuggendo
di gente in gente,
ancora mi troverai qui,
a cambiare il mondo,
ma avrò scelto d’andare
e mai saremo

sullo stesso parallelo.


(Simone Risoli, giugno 2015)

giovedì 28 maggio 2015

Estrema insicurezza

Proviamo a dare una lettura “alternativa”.
Pensiamo a quello che sta succedendo in questi giorni: un aspirante alla presidenza della Regione che si candida deliberatamente contro una legge che glielo impedisce; una pletora di politicanti professionisti in grado di spostare enormi quantità di voti e dalla dubbissima morale, con precedenti penali, che vengono accolti – o tollerati, se si vuole – ad appoggiare i candidati; la Commissione parlamentare “antimafia” che interviene – ma non troppo – a dover segnalare rapporti di contiguità con la criminalità. In effetti, si potrebbe obiettare, nulla è cambiato, è sempre stato così. Ma così non deve essere, e questo è sufficiente per pretendere che non lo sia.
Al fianco e al seguito di questi personaggi e si alimenta un contesto di superficialità. Quella superficialità che da tempo fa cedere molti italiani (e politici in primis) alla deresponsabilizzazione. Così, davanti a una legge chiara che invalida l’elezione di un presidente di Regione condannato per abuso d’ufficio, la scelta (o meglio: non-scelta) è quella di candidarsi comunque, forse in sfregio alla legalità, affermando che «chi vince governa», senza limitazioni di alcun genere; forse tentando, seguendo quel principio ormai consuetudinario del “proviamoci, se poi va male, si deciderà”. Principio cristallizzato, appunto. Scaricare ogni responsabilità (di controllo, di correzione, di decisione, di liceità) su qualcun altro, i giudici, in questo caso, come spesso è avvenuto nell’esperienza politica italiana; salvo poi riservarsi il diritto di accusare quel qualcun altro, a cui la responsabilità delle proprie non-scelte è stata rimandata, di aver agito male, travisato, ecceduto; e magari, con un presunto senno di poi, affermare che tutto era prevedibile, che il controllore in realtà è un infido persecutore. Infatti le conseguenze dei tanti De Luca candidati alle varie elezioni, passate e future, non ammettono dubbi: il politico e i partiti che ora si affidano alla sorte, confidando in chissà quale stravolgimento, stanno – e lo sanno – semplicemente temporeggiando davanti a un esito certo e alimentando una certa confusione che rallenta gli ingranaggi della democrazia, aumenta i suoi costi, ne riduce l’attuazione dei diritti. Perché di questo si tratta: inceppare le elezioni e i tribunali di procedure con conclusioni scontate; vanificare concretamente le consultazioni elettorali che, in applicazione della legge Severino, si concluderanno nella decadenza del politico già condannato. Questo “annullamento” di fatto dei risultati elettorali, però, non esaurisce i suoi effetti nella perdita di credibilità delle istituzioni, in un danno di immagine; questo temporeggiare e “provare” non è una scommessa a costo nullo per la società; fa crescere i costi di gestione: per indire nuove elezioni; per nominare commissari; perché in assenza di Amministrazione scadono debiti, aumentano interessi, si perdono affari, non si possono gestire spese sociali. Come in una fabbrica senza dirigenti.
Epperò – e in questo consiste la lettura “alternativa” – questo costume rivela una certa miseria della politica intesa come «somma disciplina di prendere decisioni»: l’insicurezza. Insicurezza che non è mancanza di forza da compatire. Insicurezza che è incapacità di assumersi responsabilità proprie, di compiere scelte per il timore di scontentare qualcuno, di “fare la voce forte” coi prepotenti, di opporsi alle logiche tradizionali, clientelari, al potentato degli uomini locali e di chi consegna, in qualunque modo, voti. È l’insicurezza dell’affidarsi alla correzione di altri, perché si è incapaci di gestirsi da soli.
È accaduto spesso in Italia che i partiti politici non affrontassero la questione morale al loro interno e la delegassero alle sentenze, lamentandone i risultati, accusando i magistrati di essere politicizzati, ma senza centrare la questione: la selezione della classe dirigente si esegue innanzitutto secondo standard civili, precedendo le decisioni dei tribunali ed evitando di trasformare le sentenze in salvacondotti o in atti eversivi. Risolvere alla radice il male.

D’altra parte, mi rendo conto, questa storia dell’insicurezza sarebbe quasi preferibile a una realtà attuale in cui, a muovere certe scelte, è più probabilmente l’interesse personale, che si associa a una mala gestione del potere e che prevale su quello  comune.

mercoledì 20 maggio 2015

Un nuovo patto sociale

A proposito delle pensioni e della Corte costituzionale.


Molti si sono precipitati a commentare la sentenza della Corte Costituzionale "sulle pensioni superiori a tre volte il minimo", tanti per criticarla, pochi a difenderla. Quasi nessuno ha voluto cogliere l'occasione per riflettere, sine ira et studio, sul nostro sistema di convivenza civile.
L'antefatto è noto: un decreto approvato dal governo Monti e convertito in legge dalla maggioranza assoluta delle forze politiche aveva previsto un limite all'adeguamento delle pensioni superiori all'incirca ai 1.500 euro lordi. In sintesi, si era deciso che per i pensionati che percepissero una retribuzione superiore a quella somma non fosse previsto nei successivi tre anni un aumento dei "sussidi" proporzionale al costo della vita (la così detta indicizzazione delle pensioni). Era il decreto "Salva Italia". 
Sono trascorsi secoli dal 2012. La Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima quella norma, con la conseguenza che i suoi effetti sono stati eliminati retroattivamente dall'ordinamento e i pensionati esclusi dall'indicizzazione hanno maturato un diritto a ottenerne i rimborsi. La Corte Costituzionale ha questo straordinario - e provvidenziale - potere. 
Nel dichiarare l'incostituzionalità della norma, la Consulta ha fatto leva essenzialmente su un principio così sintetizzabile: il limite previsto (di 1.500 euro) alla rivalutazione non garantisce una retribuzione sufficiente ai pensionati. Quindi, al di là delle manipolazioni demagogiche, la Corte non ha affermato una "intoccabilità" di diritti (se si può definire tale una pretesa esorbitante e a volte non giustificata dal versamento di contributi: si pensi a pensioni e vitalizi insostenibili, sopratutto in periodi di crisi, per la collettività). Né ha dichiarato illegittime forme di contribuzione solidale da parte dei più abbienti; principio, tra l'altro, presidiato costituzionalmente.
Da qui l'idea, niente affatto criticabile, di partire dalla censura della Consulta per coglierne lo spirito e modulare un sistema di restituzioni proporzionali delle indicizzazioni: totale per coloro con pensioni più basse (sempre di quelle superiori a 1.500 euro si tratta), progressivamente minori per gli altri, fino a essere escluse per i più ricchi. Ragionevole sarebbe un'esclusione degli adeguamenti sopra i tremila euro: altrimenti non si spiegherebbe il sacrificio imposto agli insegnanti che, pur guadagnando molto meno, hanno dovuto tollerare un blocco degli adattamenti al costo della vita dei loro contratti di lavoro. 
Bisogna oltretutto avvertire che un intervento legislativo di questo tipo non sarebbe affatto un atto di "disobbedienza" alla Corte: la Corte non censura pro futuro e non limita il potere normativo degli organi costituzionali; che questi intervengano in funzione correttiva sta nella prassi repubblicana e non determina alcun problema tecnico ma, anzi, molto spesso è la stessa Consulta a intervenire con la dichiarazione di incostituzionalità per poi caldeggiare contestualmente, nelle motivazioni delle sentenze, interventi dell'esecutivo o del Parlamento per disciplinare ex novo la materia, purché in linea con gli indirizzi emersi. Purtroppo il sistema attualmente proposto dal governo, che consiste nella restituzione solo ad alcuni pensionati di una cifra una tantum e per di più non a integrale copertura dei loro crediti, non pare possa soddisfare i requisiti posti dai giudici costituzionali e - per quanto possa partire da un buon proposito - rischia seriamente di essere caducata da nuovi ricorsi. Meno credibili e condivisibili le reazioni populiste di parte della politica. Chi vuole la restituzione di tutte le cifre a tutti i pensionati, compresi quelli per i quali parlare di indicizzazione è offensivo verso chi davvero soffre dell'aumento del costo della vita, conduce una battaglia ridicola. Fermo restando, poi, che molti di questi altri pensionati nemmeno hanno contribuito alla spesa previdenziale in modo tale da meritare un trattamento tanto elevato (si parla di pensioni davvero "d'oro").
Ma il punto è un altro.
Questa materia delle pensioni pone la questione del patto intergenerazionale su cui si fonda la società. Invita a riflettere su qual è e vogliamo che sia il tessuto sociale su cui si regga lo Stato-comunità. Se nell'Ottocento il patto tacito fra cittadino e Stato poneva al centro l'individuo e si fondava sullo scambio libertà individuale vs. garanzia di sicurezza (uno Stato che difendeva dall'esterno, ma verso cui difendersi), lo Stato sociale democratico del dopoguerra si radica in un contratto di servizi che i poteri offrono ai singoli e alle formazioni sociali (è lo Stato della difesa dei diritti inalienabili della persona e delle prestazioni pubbliche a favore dei cittadini organizzati in gruppi). Ora si impone un cambio di paradigma.
Quel cambio di paradigma già la Costituzione repubblicana seppe realizzare in maniera sorprendente: un patto, un passaggio di testimone fra generazioni, passaggio in senso atecnico perché fu un atto riformatore e rivoluzionario. Un vero capovolgimento, appunto. 
Ma su quale vogliamo che sia questo nuovo patto generazionale bisogna interrogarsi seriamente. Non basta cercare di cambiare tutto perché non cambi niente. Non basta rivendicare sacrifici per le generazioni presenti; non basta "rottamare" in principio le generazioni passate. Perché così nulla cambia. 
Non basta condurre battaglie ideologiche, a favore o contro, che non portino a risultati concreti. 
La materia previdenziale è emblematica di tutto questo. Non è tollerabile mantenere privilegi acquisiti e chiedere sacrifici futuri: significherebbe applicare un principio di fortuna; sarebbe una fortuna essere nati in epoche di spesa pubblica dissennata e aver maturato a vita i relativi privilegi; sarebbe una sfortuna essere nati "nell'epoca sbagliata". E il principio di fortuna è un principio di profonda ingiustizia sociale. Non si possono ripartire gli oneri usando due pesi e due misure: un sistema pensionistico svantaggioso e iniquo per i lavoratori dipendenti (per loro sembra non valere il criterio dei diritti acquisiti e delle aspettative deluse) e giovani (per i quali il lavoro e la pensione a maggior ragione sono quasi un miraggio), e sollevarsi quando si richiede un giusto contributo a chi ne ha le capacità (soprattutto economiche), indignarsi verso una collettività che domanda. Lo Stato sopravvive solo con questo patto tacito. Un patto di solidarietà, di responsabilità, di rispetto della dignità umana che travalica l'interesse personale, gli obblighi imposti, i doveri giuridici; che addirittura abbia la pretesa di rendere compatibile la propria sopravvivenza dignitosa non solo con quella della generalità delle generazioni presenti, ma di quelle future. Prepariamoci a partecipare al nostro compito di solidarietà verso le generazioni future e le presenti meno abbienti anche senza obblighi da parte dello Stato. Obblighi, altrimenti, giusti e giustificati, di cui già siamo e sempre saremo pronti a lamentarci.

sabato 7 febbraio 2015

Spleen e l'ardore

Spleen già batteva alla porta
E già aveva aperto da giorni il poeta
Che pure nessuno aspettava:
e se lo trovò davanti,
lui schiena dritta,
in ritardo d’un secolo sulla sua
tabella di marcia,
ma senza ritardo.

Piombava la pioggia sulle finestre.

E ora lì sta Spleen – o non lui –
Più irrequieto di prima,
ora che il passante si ferma,
che la porta sempre aperta resta
ad aspettare o a non aspettare,
che s’è accomodato il passante
a scrostare la ruggine dai chiodi,
e che sputa ancora la pioggia.

Ma Spleen non ha più di che lamentarsi.


(Simone Risoli, 4 febbraio ’15)

martedì 3 febbraio 2015

Costituzione «significa».

Col discorso del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alle Camere e ai delegati regionali, si è tenuta una – al di là dell’opinione comune – non ordinaria lezione di “Costituzione spiegata agli elettori e alla politica”. Una “lezione”, per certi versi, di innamoramento ai principî costituzionali. Un discorso, lapidario in certi passaggi, da cui il sottoscritto vorrebbe ricavare non pochi svolgimenti.
Non è un caso che, il capo dello Stato, facile oggetto di idealizzazione da parte dei mass media, abbia sottolineato quasi silenziosamente che il suo ruolo di garante della Costituzione, e con esso la Costituzione stessa, «significa» e che «la garanzia più forte [di essa] consiste, peraltro, nella sua applicazione; nel viverla giorno per giorno». Così operando, l’attenzione si sposta dal senso dell’azione dell’istituzione (Presidente delle Repubblica) a quello quotidiano, importante (cioè letteralmente “pregno di importanza”) e attuale (ovvero “attento e strettamente inerente al presente”) della Costituzione.
Se la Costituzione significa, allora “porta il segno di qualcosa”; quello della resistenza, della cultura democratica, del fondamentale «patto fra cittadini e classe politica» (più volte richiamato da Mattarella) che è un segno di amicizia. Non è facile spiegare la Costituzione in certi termini né retorici, né emotivi, ma di vicinanza: alla Costituzione importa degli uomini.
Ma se la Costituzione “significa”, allora riproduce, contiene, recepisce, manifesta. E tra le cose che significa, essa significa in primis garantire il diritto allo studio; scelta non arbitraria quella di anteporre questo significato altri, perché proprio attraverso una banale disposizione come questa, lo Stato si impegna (parola di Mattarella), cioè assume un obbligo, da pari a pari, coi cittadini, promettendo loro quasi unilateralmente la più fondamentale opportunità di affermazione personale, in ogni ambito, e in regime di assoluta parità in partenza. Scelta non arbitraria se si pensa che non corrisponde a un’affermazione astratta di principio, ma che obbliga istituzioni e persone in carne e ossa a fornire strumenti e servizi concreti per lo sviluppo della personalità, individuale e sociale, e a eliminare ogni ostacolo naturale ingiusto che va sotto il nome di disuguaglianza. In quel significato si sostanziano – con una serie di obblighi, diritti e azioni materiali – la libertà responsabile e la giustizia.
Forse è spiegata, per questo, anche la “precedenza” rispetto al diritto al lavoro che tuttavia non si colloca affatto su un piano inferiore rispetto al primo e ne è in continuità, dal momento che col lavoro si realizzano due presupposti non secondari: la possibilità stessa di sopravvivenza, senza la quale ogni diritto non ha significato, e la dignità umana, nella sua forma più pienaLa Costituzione significa un «riconoscere e rendere effettivo il diritto al lavoro». Riconoscere e rendere effettivo.
Costituzione significa pure promuovere la cultura diffusa e la ricerca di eccellenza, anche attraverso le nuove tecnologie; significa un riconoscimento (un “amare” secondo Mattarella, per il quale sembra tornare questo tema di “affetto” della Carta costituzionale verso i suoi uomini) la ricchezza artistica e ambientale dell’Italia, perché in esso, e per mia modesta interpretazione, si coagulano cultura e bellezza, le quali corrispondono, prima che a un interesse immateriale, a una precondizione per sviluppare un pensiero critico e progressista; significa garantire la salute e l’integrità fisica.
Ma "Costituzione" è pure sinonimo di doveri, attraverso i quali i diritti si rendono effettivi. Significa «che ciascuno concorra, con lealtà, alle spese della comunità nazionale» e, con ciò, che attraverso la fiscalità tutti contribuiscano in proporzione alle proprie capacità economiche a mantenere l’impegno ambizioso dei Costituenti di garantire uguali diritti e uguali giustizia a chiunque (diritti e libertà che, tra l’altro, sono determinati nel contenuto e non lasciati a vuote formule). L’evasione fiscale, la corruzione, la mafia sono un cancro del sistema. Con la corruzione si disperdono annualmente infinite risorse che sarebbero altrimenti utilizzate per rimuovere le barriere sociali, economiche, personali e per garantire le libertà (politiche, sociali, civili) e il loro funzionamento. Così il cancro della mafia alimenta le disuguaglianze, oltre a negare in radice ogni diritto individuale, che sostituisce col metodo della violenza e della prepotenza; la mafia è la negazione di ogni principio di libertà, giustizia e razionalità; con la mafia si fallisce in quanto uomini.
Da qui l’ulteriore esigenza, non trascurabile se letta in quest’ottica di “spiegazione della Carta”: il diritto a ottenere giustizia che, se si vuole, e sorprendentemente, non può non assumere un senso più ampio della semplice garanzia della certezza, della stabilità dei rapporti, della conservazione delle situazioni di fatto (della proprietà in primis) e cioè – mi sia permesso –  la materna rassicurazione di una Costituzione che sussurra agli oppressi, ai più vessati, agli inguaribili onesti e idealisti, ai propri figli più fedeli: «Io ci sono, e sono con te ogniqualvolta avrai ragione».
E ancora – ecco l’ennesimo segno di alleanza della Costituzione post-fascista – la pacificazione, che non è solo la pace fra le Nazioni, ma l’interessamento implicito, laddove l’invidiata sorella statunitense lo afferma apertamente, alla serenità dei cittadini. Questo principio Mattarella sembra voler affermare nel riferimento inedito alla libertà «come pieno sviluppo dei diritti civili, nella sfera sociale come in quella economica, nella sfera personale e affettiva»: di questo la Costituzione si interessa. Non più uno Stato nemico, invasivo, che si intromette nella sfera privata anteponendo un interesse “superiore”; uno Stato, invece, che deve preoccuparsi della più piena autonomia anche emotiva, anche intima, anche sessuale dei suoi consociati: una lezione per chi, come la politica, approva (o non approva) le leggi che a quei principî devono uniformarsi.
Quelli della Costituzione - è questa l'osservazione più critica che posso permettermi - della ragione e dell'affetto*.

Simone Risoli


*Un ringraziamento a S. che dell'importanza della dimensione affettiva sta dando grandi prove.

mercoledì 7 gennaio 2015

Je suis Charlie

E io rifletto, senza essere lente convessa
o lasciar scivolare scintilla
dalla bocca degli occhi.

E avanza il mondo, maturo o guasto,
e uguale passa la mia - la tua -
sera, quasi senza sospiro o rumore,
senza fremito di foglia,
senza che solchi impronte la Storia
(che, pure, passa).
E il tempo? E il mondo?
Dove sono, distratti loro, distratto io,
stasera?
E il tuono che scuote, spacca,
sconquassa e che spezza?
Normale passa
fra pensieri lisci e questioni di piuma
- il giorno trascorso, la passeggiata,
le leggere carte, il sollievo annoiato
delle stelle; il capriccio, la gioia
puerili
i dispiaceri d'amore.
Ma che fa l'infinito immenso?
E io che sono?

Parla, silenzio:
il cancro ti ha sfondato le tempie

(Simone Risoli, 7 gennaio 2015)

mercoledì 19 novembre 2014

La doppia anima di destra

È recente la notizia della bocciatura da parte del Senato americano della riforma della NSA.
Il caso riguarda, per intendersi, le modifiche che Obama aveva voluto apportare all’Agenzia federale che si occupa della sicurezza e (con quella) del controllo e dell’attività di “spionaggio” sui dati e la vita dei cittadini statunitensi; Autorità che, con la sua opera indiscriminata, si era ingerita così pesantemente nella vita privata degli americani da essere, finalmente, denunciata pubblicamente con l’esplosione del caso Datagate.
La riforma – dei cui effetti realmente innovativi è difficile discutere in assenza di un testo approvato, ma dalla cui mancata approvazione (e dalla mancata approvazione dei principi che contiene) si possono ricavare alcune considerazioni – è stata fermata in Senato dal voto contrario dei Repubblicani, fatto emblematico e rilevante anche al di là dei confini statunitensi se si pensa che proprio il Partito Repubblicano americano è uno dei modelli di riferimento della destra “moderna”.
Emblematico è infatti il caso che proprio il partito di quel Paese, che per eccellenza incarna (anche storicamente) la massima tutela del liberismo e della libertà privata, sia stato il freno alla riforma che si proponeva di limitare l’intromissione dello Stato nell’intimità della vita dei cittadini. E, tuttavia, emblematico da un punto di vista teorico, ma non una novità.
Se nella sinistra è intrinseca – come scriveva Bobbio – l’oscillazione fra la preservazione di una uguaglianza “naturale” degli uomini e l’intervento “livellatore” dello Stato per assicurare questo risultato, nella destra – quella americana che ha votato per il mantenimento degli strapoteri alla NSA – non è nuova questa contraddizione fra l’esaltazione dell’individuo e contemporaneamente dell’Autorità: libertà e autorità che concettualmente si contrappongono.
Da una parte, in effetti, sta il liberalismo, la cultura secondo la quale al privato nessun limite esterno troppo proibitivo per sua libertà dovrebbe essere posto; nessun limite (o nessun limite irrazionale) alla proprietà privata, alla sua libera iniziativa economica, al suo diritto di autodeterminarsi, di emergere nella società in quanto individuo; di scavare pozzi, impiantare fabbriche, comprare azioni in borsa; di determinare anche gli aspetti “interiori” della sua vita: la coscienza, la religione, la propria volontà. Dall’altra, però, sta quella “naturalmente (o storicamente) di destra” ragion di Stato, quasi un retaggio del filosofo Hobbes; la ragion di Stato che legittima ogni potere pubblico in nome della lotta al terrorismo; la ragion di Stato che permette di “spiare” la vita dei privati (“Questo è il momento peggiore possibile per legarci le mani dietro la schiena”, ha dichiarato il senatore americano McConnell); la ragion di Stato che rivendica di sapere cosa sia eticamente giusto o sbagliato e che determina o limita il diritto di vivere o morire; la ragion di Stato che condanna moralmente l’aborto o che non riconosce i diritti civili alle coppie di fatto o omosessuali; la ragion di Stato che nega l’eutanasia; la ragion di Stato che, infine, può ricorrere alla forza nonostante e contro la volontà dei cittadini ricorrendo alla ragione della “guerra giusta”.

In questo lungo elenco sta la doppia natura, quasi inconciliabile, di molta parte del pensiero di destra, liberale e conservatore allo stesso tempo, individualista ma “organicista” per certi versi, laico ma confessionale. E sorge il sospetto, sulla base di questa disamina, che proprio dove il liberalismo aveva affondato le sue radici più nobili (la libertà individuale, il diritto alla vita, i diritti civili) ci sia un arretramento o un’indifferenza o – anche – una disponibilità a sacrificare certi ideali in nome di certi altri interessi. Mentre laddove sia la tutela degli interessi a prevalere non è ammesso compromesso. Così, ad esempio, i Repubblicani americani del Senato sono i più fieri oppositori alla riforma del sistema sanitario che sottrae potere alle assicurazioni private per avvicinarlo a un sistema “pubblico” in cui siano garantite cure anche ai cittadini indigenti. Parallelamente sono proprio loro a opporsi a misure di prevenzione di sicurezza negli impianti industriali che caricherebbero di costi i grandi imprenditori; sono loro (e i loro seguaci europei) a volere meno controlli pubblici, meno limiti amministrativi, meno regolamentazione in materia di mercato del lavoro. 
Dov'è la destra della laicità e dei diritti civili? Convive e si lascia sopraffare dalla conservazione, da una forma ormai inattuale di nazionalismo (o autonomismo o discriminazione razziale!) e dalla preservazione dei grandi interessi.
Nessuno tocchi l’oleodotto Keystone, ma si diano più fondi pubblici alle multinazionali private. Difendiamo il diritto sacrosanto di comprare titoli in borsa, ma non tuteliamo la privacy. Riconosciamo il valore dell’individuo quando si occupa di cose economiche, ma ci fermiamo lì. Questo, in sintesi.


sabato 18 ottobre 2014

Alle tue lenti

"Il poeta è fingitore"
"Ogni volta che parla[...] è una truffa"

A camminare fin qui si sarebbe stancato
il luccichio dei tuoi occhi
e, avvicinandomi, allora, non avrei
perdonato
di saccheggiarne tanto nei miei.

E non avrei sentito, avvicinandomi,
(nel mondo del non-essere)
te liberarmi la fronte dal peso di una ciglia
sul ciglio della strada che accompagna,
come lumaca, il tempo sul cemento.

Vero è che nei miei occhi avrei voluto
prolungato l’attimo
che si consumava nei tuoi,
e andare oltre ed entrare
nella parte tua più interna,
fino a sentirti la carne nelle ossa,
ma,
senza ragione,
nulla del mondo,
del giorno,
di quel che è stato o
non è stato di quest'ora
avrei voluto diverso
da com'era riflesso nel fondo delle tue lenti.

Anche adesso che scende la notte
e sembra pece per occhi normali,
il giorno trionfa
e riluccica la sera:

è la sepoltura di Thanatos.


(Simone Risoli, 18 ottobre 2014)

giovedì 25 settembre 2014

Analisi di un conflitto

Forse è ciò che ci infiamma, forse ciò che ci tormenta. Certamente è ciò che ci accomuna.
Esiste in alcuni animali l’esigenza naturale di appartenere a un gruppo. Non c’è molto da obiettare in proposito, è un dato di fatto dell’evoluzione della specie. È empiricamente facile notare che molti animali vivono in branchi, colonie, “associazioni” essenziali per la loro sopravvivenza; diverso, però, è il fenomeno che caratterizza le specie animali più evolute, i mammiferi in particolare, che non solo si organizzano in gruppi, ma avvertono il bisogno di appartenervi.
Non è chiaro se in questi casi l’evoluzione abbia selezionato “l’adattamento migliore”, ovvero non è chiaro se questo desiderio di appartenenza che spesso impone di omologarsi a schemi naturali e aderire a concetti, credenze, stili di vita predeterminati dal gruppo per rispondere all’esigenza biologica di sentirsene parte giovi ai singoli. Ma qui interviene l’evoluzione culturale che non si accontenta del dato di fatto e che prova a discuterlo o spesso (come la colomba di Kant) a trascurarlo.
Dimostrazione che questa tendenza naturale esiste, ed esiste in ogni membro della specie – e della specie umana –, indipendentemente dalla sua volontà, è il conflitto che noi viviamo tra questo necessario nostro carattere ereditato dalla natura e l’altro – forse anch’esso largamente “biologico”: in sintesi, il conflitto fra il bisogno naturale di appartenere e quello individuale di astrarsi, distinguersi dal gruppo. In parte non accettiamo la rassegnazione e l’omologazione davanti alla realtà e ci piace pensare al titanismo eroico di Prometeo che, condannato sul Caucaso alla inevitabile sorte assegnatagli dagli dèi, tenta di strappare le catene che lo legano, a costo di strapparsi la carne dalle ossa; e pensiamo a lui come a un eroe debole che non accetta di aderire per forza a valori predeterminati, e riteniamo questo un valore!
Ma avvertiamo una duplice spinta.
Non vivremmo questo contrasto se fosse eliminabile a un cenno del capo.
D’altra parte, se lo viviamo, noi,  in misura maggiore, a volte anche nella malcelata forma della “disposizione degli intellettuali” a volerne sapere di più delle cose, esiste una ragione. C’è chi si astrae dagli altri reprimendo questo bisogno naturale di appartenere, ma credo che la scelta più ragionevole sia altra. Credo che sia segno di maturità arrivare a una certa visione della realtà, riconoscere la propria natura “comune” e affrontarla con l’altro bisogno connaturato di differenziarsi ed emergere in quanto individui, in quanto diversi e – perché no, è ipocrita negarlo – in quanto ci si pensa capaci e meritevoli di dare un contributo migliore. Ma qui s’innesta il conflitto dell’eterno ritorno di quella componente “animale” di voler fare gruppo e che a noi non basta affrontare con lo snobismo degli eletti che si ritirano nelle loro torri di avorio. È questo equilibrio precario che certi affrontano trascurando uno dei due aspetti a favore dell’altro, col risultato disastroso di un estrema omologazione senza critica o di uno sfrenato individualismo. Perché da una parte sta la negazione del nostro sentirsi diversi rispetto agli altri e dall’altra il disprezzo e la strumentalizzazione del prossimo. Diversamente, allorché sento il bisogno di allontanarmi in quanto individuo, non posso trascurare il richiamo del mio gruppo che si chiama “razza umana”.

Questo mio, nostro conflitto consiste in tutto. Allontanarci dal gruppo ci costa sofferenza, perché allontanarsi è antievolutivo. Ma noi vogliamo riservarci questo sacrosanto diritto: quello del riconoscere le proprie capacità distintive, di criticare gli schemi predefiniti. E allo stesso tempo, però, vogliamo sempre e comunque avere a mente il sacrosanto diritto dei “fratelli animali” a un’indefettibile dignità, senza trattarli con sufficienza. Ovviamente questa è solo una soluzione; una soluzione compromettente e faticosa che non risolve ma crea. Ma mi è impossibile rinunciare a questo conflitto dell’essere animali sociali che guardano oltre il gregge.

Simone Risoli


Ai ventisei Lettori...

Gentili ventisei Lettori,

vi ringrazio per essere cresciuti di numero rispetto ai sospirati venticinque dei primi tempi.
Dopo una certa assenza ecco che riprende in modo meno sporadico la pubblicazione!
In questi giorni inizia anche un nuovo progetto di pubblicazione parallela su un altro blog col mio compagno di discussioni Leonardo. Chi di voi sia interessato potrà seguirci su animalisociali.tumblr.com.
Il progetto nasce dopo una lunga riflessione, ci dedicheremo quindi gran parte delle nostre energie, occupandoci soprattutto di attualità politica e osservazioni critiche. Molti articoli saranno ripubblicati o richiamati qui. In ogni caso, non poniamo limiti né frontiere.
Vi anticipo il mio post di apertura e vi aspetto ogniqualvolta lo vogliate qui.

Buona giornata a tutti!

Simone Risoli