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venerdì 12 ottobre 2012

I cieli celesti d'Italia. Il conflitto tra luce e ragione



Esiste un'inversione della logica in alcune affermazioni che dovrebbe preoccupare più del problema che agitano. In primo luogo, perché il fantomatico problema non esiste e dunque non può essere validamente espresso; in secondo luogo, perché, laddove la logica diventa una contorsione del ragionamento, soccorrono inganni di vario genere: dal tentativo di suscitare terrore a quello di indebolire il livello generale di capacità di pensiero.
Che risparmiare sull'illuminazione pubblica sia la causa (o la concausa) di un aumento della criminalità è argomentazione facilmente debole. Se ci si ragiona, nessuno affermerebbe coscientemente che la causa del traffico di droga, delitti, sfruttamento della prostituzione, furti sia la superficie poco rifulgente della luna.
Le politiche di spending review del Governo italiano hanno, infatti, riguardato anche tagli alla spesa sull'illuminazione pubblica notturna, e le reazioni sono state rapide. La questione è stata affrontata dall'esecutivo in linea con molte proposte della società civile e con riferimento alle statistiche europee, le quali indicano l'Italia come il paese, dopo la Spagna, maggiormente incline al consumo e agli sprechi anche nel settore dell'energia elettrica. Il nostro Paese dissipa energia pro-capite pari al doppio di quella impiegata in Germania e della media UE; nettamente superiori i consumi anche rispetto a Francia, Irlanda, Belgio e Regno Unito.
Benché le intenzioni del legislatore e dei governi spesso trascendano, soprattutto in questi ultimi anni, gli obiettivi dichiarati, è fuori discussione che una scelta del genere importi il doppio effetto di ridurre la spesa pubblica nei settori in cui essa costituisce inutili sprechi e, simultaneamente, di promuovere un ideale positivo o - come definito da parte dell'opinione pubblica - un "circolo virtuoso" di utilizzo intelligente delle risorse.
Diverse barricate concettuali si sono sollevate ugualmente sulla disposizione.
Certamente, con l'estremizzazione in entrambi i sensi si rischia la banalizzazione del problema. Non si tratta, perciò, di aderire per partito preso a una posizione ambientalista o di verso opposto.
Si è obiettato che durante le ore notturne si raggiunge il tasso massimo di incidenti stradali che pongono a rischio incolumità pubblica e personale; che alcuni reati sono di per sé "notturni" o si avvalgono della "complicità notturna": agire alla luce del sole è senz'altro un inizio di confessione. Non per questo, però, l'illuminazione è la causa di una riduzione della delinquenza: indubbiamente è un fattore che concorre all'individuazione del problema, ma non alla sua soluzione. La sicurezza stradale si preserva con altri mezzi (controlli dei pubblici ufficiali, limitazioni dell'uso di sostanze alcoliche, provvedimenti su limiti di velocità e accertamenti sulla loro osservanza), la criminalità occasionale o organizzata, che spesso si avvale del silenzio e dell'omertà generale, non trova certo un disincentivo nella sua "visibilità" se questa non si accompagna all'effettiva denuncia o alla fattiva prevenzione con mezzi funzionanti.
Se esiste una minima incidenza dell'illuminazione pubblica sulla riduzione della delinquenza, questa non è né risolutiva, né la causa prima.
Dall'altro lato, il timore atavico, che discende dal rischio dell'incolumità e sfocia nel bisogno di sicurezza, nasconde un problema più rilevante.
In alcune giornate invernali la sera è più luminosa del giorno. Molti potrebbero esserne accorti, esserne soddisfatti o vivere ormai in una sorta di assuefazione. Il consumo inutile di energia elettrica, però, incide direttamente sull'ambiente: l'ambiente è, letteralmente, la prospettiva, il luogo, la forma, lo scenario materiale entro cui la realtà naturale, animale, umana si svolgono.
La sicurezza - pur essendo inconcepibile che una sua compromissione derivi da una decisione del genere - non è la contropartita della libertà personale.
Ovviamente non deve intendersi per "libertà" il dissennato arbitrio. Libertà è un concetto più complesso e, a prima vista, paradossale o inafferrabile, perché si accompagna necessariamente alla responsabilità (personale, morale, civile, universale) che la rende indigesta ad alcuni.
Una politica che escluda l'ambiente sarebbe la vera compromissione delle libertà, perché esclude il fondamento stesso del loro esercizio, il requisito materiale, ovvero la persistenza del genere umano. D'altro canto, una falsa logica che escluda il pensiero sarebbe ugualmente la vera compromissione delle libertà, perché ne esclude il secondo fondamento, il requisito sostanziale, ovvero la decisione, la possibilità di scelta.
Placida notte, e verecondo raggio
della cadente luna...
                                    ...già non arride
spettacol molle ai disperati affetti

(Simone Risoli)

domenica 24 giugno 2012

Le città di Calvino. Un'ipotesi di lettura



Abbiamo aperto la questione ambientale!

Ne Le città invisibili (1972) il racconto delle città di un Impero in rovina, in forma di resoconti a Kublai Khan stilati da Marco Polo, si fonde con una descrizione ideale, lasciando abbandonare il lettore, almeno una volta, a una considerazione estetica: esiste un solo genere migliore della poesia ed è la prosa poetica.
Nasce così la riflessione sulle città (e tutto ciò che rappresentano) «impossibili» secondo l’autore, ma attuali, che «s’allargano in città concentriche in espansione», «città-ragnatela sospese su un abisso», città che solo in tarda età rivelano il loro splendore nascosto nel ricordo di una scala di gusci di chiocciole o di friggitorie illuminate a notte fonda.
Le città invisibili – come dichiarò lo stesso Calvino – sono «un sogno che nasce dal cuore delle città invivibili», un'ipotesi alternativa di concepire la città come luogo di scambio e interazione e lo sviluppo urbanistico come processo di espansione delle relazioni, intrecci di memorie ed esigenze, polis corporea che vive attraverso mura in costruzione ed edifici crollati. Poiché lo stesso autore lo suggerisce, le città invisibili possono assumere significati nuovi e la convivenza, nel racconto, fra utopia e realtà (fra inferno e utopia) sono in grado di mostrare quel che oggi la città possa rappresentare. La questione urbanistica e la questione ambientale diventano un tutto organico, perché si rivelano entrambe un’appendice della questione antropica.
Il nucleo del problema si trasferisce dalla condanna della città, della costruzione, della tecnologia all'azione umana, che diventa operazione interpretativa (nella misura in cui conferisce un significato, positivo o negativo), creatrice e distruttrice. Un significato della città e dell’ambiente non potrebbe esistere indipendentemente dalla coscienza umana; mentre ambiente e città, come realtà fisiche, possono esistere indipendentemente dall'uomo (ma non è valida l'implicazione inversa). Così, nel rivolgere lo sguardo a quanto è accaduto (la storia) o nel tenderlo a quanto dovrebbe accadere (il progetto), l’urbanizzazione, la piena disposizione dell’ambiente da parte dell’uomo (la piena disposizione dell’uomo da parte di altri uomini) presentano possibilità sempre diverse e la razionalità del problema si riduce a scelta. La scelta non cade sul'an (il se), ma sul quomodo (in che modo) disporre; l'effetto della scelta è irreversibile, perché segna una prassi: il modo di concepire e attuare la concezione non coinvolge soltanto i materiali, l'estetica, l'aspetto della città, ma è il riflesso del modo in cui si costruiscono le idee di convivenza e umanità.
In due interventi agli studenti universitari di New York, Calvino affermò:
«Credo che non sia solo un’idea atemporale di città quella che il libro evoca, ma che si svolga, ora implicita ora esplicita, una discussione sulla città moderna. Da qualche amico urbanista sento che il libro tocca vari punti della problematica, e non è un caso perché il retroterra è lo stesso. E non è solo verso la fine che la metropoli dei big numbers compare nel mio libro; anche quel che sembra evocazione di una città arcaica ha senso solo in quanto pensato e scritto con la città di oggi sotto gli occhi.Che cos'è oggi la città, per noi? Penso di aver scritto qualcosa come un ultimo poema d'amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città. Forse stiamo avvicinandoci a un momento di crisi della vita urbana e Le città invisibili sono un sogno che nasce dal cuore delle città invivibili. Oggi si parla con eguale insistenza della distruzione dell'ambiente naturale quanto della fragilità dei grandi sistemi tecnologici (…). La crisi della città troppo grande è l'altra faccia della crisi della natura. L'immagine della “megalopoli”, la città continua, uniforme, che va coprendo il mondo, domina anche il mio libro».
È trascorso qualche decennio dal 1973. Il percorso paradigmatico della città ha raggiunto risultati ben più complessi, ma ancora ascrivibili alla formula aperta fissata da Le città invisibili. Soprattutto, quella metafora (non tanto immateriale, però, come è l'allegoria) ora può essere riletta nella sua forma pura di monito all'atteggiamento, psicologico e individuale o pratico e collettivo, dell'uomo; senza tetre previsioni, catastrofismo, pregiudizio verso l'attività umana ma con un avvicinamento a quel che può significare, con l'azione (l'esempio) o con la volontà espressa. Nessuna condanna alle città, che sono riflesso umano e sono «un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni d'un linguaggio: le città sono luoghi di scambio».
Ma questi scambi – come illustrano i libri di storia economica – «non sono solo scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi» e queste città (rectius la generalità delle città invisibili) sono immagini, potenziali «città felici che continuamente prendono forma e svaniscono, nelle città infelici» e nell'infelicità complessiva di un Kublai Khan imperatore, possessore di tutte le città (e, quindi, colui che ne dispone), che al termine del suo regno osserva malinconico e impotente la rovina, la crisi, la disgregazione di quella potenza, di quella proprietà che ora sfugge al suo controllo

(Simone Risoli)

martedì 12 giugno 2012

Il discorso sul PIL all'Università del Kansas


"Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (PIL).
Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti.
Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.
Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani".


(Il 18 marzo 1968, Robert Kennedy si rivolse agli studenti dell'Università americana del Kansas con questo discorso, in cui si affrontava senza riserve pregiudiziali un argomento delicato per la Nazione simbolo del liberalismo, dell'intraprendenza imprenditoriale e dello sviluppo economico. 
Rileggendo con umiltà il discorso pronunciato da Kennedy, si deve notare l'enfasi posta sui concetti di solidarietà e qualità della vita sociale, sulla crescita intellettuale e culturale, sull'allontanamento dalla natura nella sua proverbiale ferinità e l'avvicinamento a una soluzione altruistica. 
Robert Kennedy era un moderato cittadino statunitense, vissuto nella cultura liberale del suo Paese, con una reviviscenza di istanze riformiste che caratterizzano lo spirito del costituzionalismo americano. Pochi mesi dopo l'intervento fu assassinato).

venerdì 8 giugno 2012

Apriamo la questione ambientale!


Aprire le questioni aperte è una scelta tautologica? 
L’evoluzione biologica del genere umano offre la particolarità di essere stata storicamente affiancata da una sua "evoluzione culturale". Culturalmente non si può escludere (come è verificabile) il progresso delle popolazioni, che si manifesta chiaramente in ambito tecnologico ed economico e, anzi, rende attuale la discussione sulla “crescita” (termine improprio) delle popolazioni.
Superati alcuni limiti, o rischiando di rasentarli, ai concetti di continua "crescita" e "progresso" si richiede di associare quello di "sostenibilità".
Per ecosostenibilità si intende una forma di sviluppo (comprendente quello economico, urbanistico, delle comunità) che non compromette la possibilità delle future generazioni di perdurare (nella crescita, ma innanzitutto come specie esistente), preservando la qualità e la quantità del patrimonio e delle riserve naturali (che sono esauribili). L'obiettivo è di mantenere uno sviluppo economico compatibile con l'equità sociale e gli ecosistemi: è necessario operare, quindi, in regime di equilibrio.
L’invito prosegue, dunque, in questa direzione: concepire lo sviluppo sostenibile non tanto come un vincolo dogmatico e surreale cui attenersi, quanto come constatazione e consapevolezza dell’im-possibilità di un prelievo illimitato delle risorse, delle quali viene confutata l’inesauribilità.
Per queste ragioni, tale tipo di “sviluppo atipico”, che i criteri tradizionali di crescita (il PIL, ad esempio) misurano negativamente, non si può considerare una misura restrittiva o reazionaria, bensì un approccio razionale e innovativo alla società, alla politica, all’economia.
Se la questione merita di essere affrontata, dopo essere stata timidamente aperta o ideologizzata o demonizzata invocando il benessere sinonimo di tecnologia e di accrescimento sconsiderato (riflesso sul piano collettivo-consumistico dell'idea egoistica di appropriazione), la ragione è duplice: è necessario ed è razionale.

I presupposti teorici: la questione ambientale come rivoluzione morale.
Razionalmente la questione è urgente e delicata. Urgente, perché la soluzione fra crescita irrazionale ed ecosostenibile non è rimandabile: si tratta di valutare comparativamente, come su una bilancia, la sopravvivenza delle specie della Terra (tra cui il genere umano) e lo sviluppo economico secondo le tendenze attuali. Delicata, perché la scelta pone in termini specifici un dualismo più generale e astratto, ovvero quello della scelta morale e sociale fra egoismo e convivenza, tema che rischia di essere politicamente eluso, mentre si riflette (e quindi dovrebbe essere affrontato) almeno su tre piani: ambiente (appunto), lavoro, previdenza (o, più ampiamente, assistenza) sociale.
Proprio questi temi, fra altri, sono forse criterio di misura di una nuova libertà morale, perché si sviluppano nella dimensione della inter-temporalità: riguardano la co-esistenza fra individui (nello spazio) e fra generazioni di individui (nel tempo); permettono di interrogarsi sulla moralità della propria azione in base agli effetti che essa produce in relazione alla totalità degli uomini, in ogni tempo.

(Simone Risoli)