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lunedì 3 dicembre 2012

Il 3 dicembre del '39

Appassionato lettore, 
mi rivolgo a te soprattutto per chiederti, delle diverse interpretazioni (da quella individualista a quella più critica) che a questo testo si possono attribuire, di scegliere quella che meglio permetta di confrontare il tempo passato al presente e cogliere, nel divenire, il senso di cambiamento.
Non intendo frapporre una mia visione pessimista o polemica, né suggerire un senso di catastrofismo o sterile qualunquismo, che pure è il fondamento ultimo, la morale parodiata dall'autore. 
Colgo, invece, unicamente, la coincidenza di data per uno stimolo alla riflessione.


(da Folk beat n.1 , F. Guccini)

mercoledì 19 settembre 2012

"E qualcuno dirà che c'è un modo migliore"

Appunti ermetici su Non al denaro, non all'amore, né al cielo. 


Non al denaro, non all'amore, né al cielo è l'esempio della reinterpretazione che approfondisce e crea dall'esistente un'opera talvolta migliore dell'originale.
Discutere di un album musicale pubblicato nel 1971 può essere un evidente anacronismo - un attaccamento inspiegabile al passato, in una sorta di cieca venerazione. Tanto più, bisogna considerare che i testi e le musiche di Fabrizio De André e Nicola Piovani (di cui l'album si compone) sono già storicamente anomali, come appaiono a prima vista molte scelte dello stesso De André: la scelta del 1970 di occuparsi della "Buona Novella" in periodo di contestazioni politiche, contro l'organizzazione patriarcale e gerarchica della famiglia, contro l'influenza della religione sui costumi e la libertà individuale; quella del '71 di recuperare un'antologia poetica (Spoon River) che lascia parlare i morti, in un periodo di lotte sociali e civili in Italia.
Nel tempo ci si è convinti (forse anche inconsciamente) che gli individui "cosmico-storici" debbano interpretare e incarnare lo "spirito" del tempo, senza soffermarsi, però, sul significato che questa "incarnazione" dovrebbe ricoprire. In realtà, "incarnare" lo spirito presente (ammesso che questo "spirito" esista e non sia una vuota espressione) significa, talvolta, non allinearsi al senso condiviso del tempo o scegliere una posizione particolare per denunciarne le contraddizioni: l'opera migliore del Pierre Menard di Borges è la riscrittura del Chisciotte.
Forse questa è la posizione dell'intellettuale distaccato, indifferente ai problemi sociali, metafisico e "eliotiano", che respinge ogni coinvolgimento politico, aspirando a una pace individuale già di per sé complessa da ricercare, capace di riconoscere la propria inadeguatezza a interferire col mondo (capace, al più, come scriverebbe il giovane Eliot, di trovare il coraggio di "mangiare una pesca")?
Certamente non è la posizione di Spoon River e di De André, in cui quella politica diventa aspirazione ad affermare la piena libertà degli individui, svincolandosi dalla sua natura di gestione del potere.
Dopo un secolo dalla pubblicazione dell'Antologia di Spoon River e quarant'anni da quella di Non al denaro, non all'amore, né al cielo, come il Chisciotte di Borges la storia si scrive ex novo.
Nell'opera del '71, in particolare, la collina di Spoon River è il riflesso attualissimo della società contemporanea, nonostante l'autore (ecco perché l'anacronismo è puramente apparente) l'avesse concepita come riproposizione della poesia di Lee Masters, quindi inattuale già al tempo dell'incisione del disco.
Sarebbe inutile sottolineare che il senso letterale delle opere è solo una componente dell'intero.
Talvolta, lo stesso titolo delle poesie rivela l'essenza della riscrittura, che è generalmente universale nella misura in cui è ancora attuale, e non genericamente attuabile: Dietro ogni scemo c'è un villaggio, la più efficace denuncia dell'ipocrisia e della costruzione di falsi ideali da parte delle maggioranze assieme a Smisurata preghiera (Anime Salve, 1996); Dietro ogni blasfemo c'è un giardino incantato, l'espressione degli inganni e delle mistificazioni delle religioni e del fanatismo che si riducono, in ultima analisi, a meccanismi di controllo del potere, il quale agisce nelle antiche forme della coazione fisica, fino al delitto (qualcuno ricorderà, nel legame superstizione-delitto, il mito di Ifigenia raccontato da Lucrezio) e nelle forme nuove di indebolimento culturale ("...e non Dio, ma qualcuno che per noi lo ha inventato ci costringe a sognare in un giardino incantato").
Jones il suonatore sembra salvarsi oltre la salvazione.

IL SUONATORE JONES
In un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità,
a me ricordava
la gonna di Jenny
in un ballo di tanti anni fa.
Sentivo la mia terra
vibrare di suoni, era il mio cuore
e allora perché coltivarla ancora,
come pensarla migliore.

Libertà l'ho vista dormire
nei campi coltivati
a cielo e denaro,
a cielo ed amore,
protetta da un filo spinato.
Libertà l'ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato
per un fruscio di ragazze
a un ballo,
per un compagno ubriaco.

E poi se la gente sa,
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca
per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare.
Finii con i campi alle ortiche
finii con un flauto spezzato
e un ridere rauco
ricordi tanti
e nemmeno un rimpianto.

Ne Il suonatore Jones, violinista nell'originale di Masters, flautista in de André per ragioni metriche, si attua il rovesciamento dei valori tradizionali: Jones è colui che offrì "la faccia al vento, la gola al vino e mai un pensiero non al denaro, non all'amore né al cielo", "sorpreso dai suoi novant'anni" mentre "con la vita avrebbe ancora giocato". La sua figura diventa il punto più alto dell'opera; mentre nella Spoon River classica è uno fra i tanti cittadini, tra cui comunque emerge, in de André rappresenta la sintesi; non è un personaggio straordinario, è dedito al vizio, è sognatore, poetico e materialista e, nonostante questo, e, anzi, in forza di questo, è l'unico personaggio in grado di salvarsi dalla morte, non in senso escatologico, ma attraverso la sua umanità. La vitalità di Jones non lo sottrae alla morte, ma gli consegna un'esistenza semplice, piena, povera di rimpianti che - evidentemente l'autore vuole sottolinearlo - sono quella parte della vita tanto simile a una prematura morte e assai più dolorosa di questa: perché la morte reale, quantomeno, estirpa ogni sensazione e dolore e libera dall'amarezza che i morti di Spoon River riescono ancora a provare solo in forza di una finzione letteraria.

domenica 8 luglio 2012

Canzone per l'estate



Con tua moglie che lavava i piatti in cucina e non capiva ,
con tua figlia che provava il suo vestito nuovo e sorrideva,
con la radio che ronzava
per il mondo cose strane
e il respiro del tuo cane che dormiva.

Coi tuoi santi sempre pronti a benedire i tuoi sforzi per il pane,
con il tuo bambino biondo a cui hai dato una pistola per Natale,
che sembra vera,
con il letto in cui tua moglie
non ti ha mai saputo dare
e gli occhiali che tra un po' dovrai cambiare.

Com'è che non riesci più a volare?

Con le tue finestre aperte sulla strada e gli occhi chiusi sulla gente,
con la tua tranquillità, lucidità, soddisfazione permanente,
la tua coda di ricambio,
le tue nuvole in affitto,
le tue rondini di guardia sopra il tetto.

Con il tuo francescanesimo a puntate e la tua dolce consistenza,
col tuo ossigeno purgato e le tue onde regolate in una stanza,
col permesso di trasmettere
e il divieto di parlare
e ogni giorno un altro giorno da contare.

Com'è che non riesci più a volare?

Con i tuoi entusiasmi lenti precisati da ricordi stagionali,
e una bella addormentata che si sveglia a tutto quel che le regali,
con il tuo collezionismo
di parole complicate,
la tua ultima canzone per l'estate.

Con le tue mani di carta per avvolgere altre mani normali,
con l'idiota in giardino ad isolare le tue rose migliori,
col tuo freddo di montagna
e il divieto di sudare
e più niente per poterti vergognare.

Com'è che non riesci più a volare?
com'è che non riesci più a volare?
com'è che non riesci più a volare?

(Fabrizio De André)

giovedì 14 giugno 2012

Musica e Poesia. Canzone quasi d'amore


Non starò più a cercare parole che non trovo
per dirti cose vecchie con il vestito nuovo,
per raccontarti il vuoto che, al solito, ho di dentro
e partorire il topo vivendo sui ricordi,
giocando con i miei giorni, col tempo.
O forse vuoi che dica che ho i capelli più corti
o che per le mie navi son quasi chiusi i porti.
Io parlo sempre tanto, ma non ho ancora fedi,
non voglio menar vanto di me o della mia vita,
costretta come dita dei piedi.
Queste cose le sai, perché siam tutti uguali
e moriamo ogni giorno dei medesimi mali,
perché siam tutti soli ed è nostro destino
tentare goffi voli d'azione o di parola,
volando come vola il tacchino.
Non posso farci niente e tu puoi fare meno,
sono vecchio d'orgoglio, mi commuove il tuo seno
e di questa parola io quasi mi vergogno;
ma c'è una vita sola, non ne sprechiamo niente
in tributi alla gente o al sogno.
Le sere sono uguali, ma ogni sera è diversa
e quasi non ti accorgi dell'energia dispersa
a ricercare i visi che ti han dimenticato,
vestendo abiti lisi, buoni a ogni evenienza
inseguendo la scienza o il peccato.
Tutto questo lo sai e sai dove comincia
la grazia o il tedio morte del vivere in provincia,
perché siam tutti uguali, siamo cattivi buoni
e abbiamo stessi mali, siamo vigliacchi e fieri,
saggi, falsi, sinceri coglioni.
Ma dove te ne andrai? Ma dove sei già andata?
Ti dono, se vorrai, questa noia già usata;
tienila in mia memoria, ma non è un capitale,
ti accorgerai da sola (nemmeno dopo tanto)
che la noia di un altro non vale.
D'altra parte, lo vedi, scrivo ancora canzoni
e pago la mia casa, pago le mie illusioni,
fingo d'aver capito che vivere è incontrarsi,
aver sonno, appetito, far dei figli, mangiare,
bere, leggere, amare, grattarsi...

(F. Guccini, da Via Paolo Fabbri 43 )

lunedì 23 aprile 2012

Musica e Poesia. Bob Dylan

Con il testo di Bob Dylan si inaugura lo spazio dedicato al legame fra musica e poesia.

Hey! Uomo del tamburo, suona una canzone per me,
sono sveglio e non ho un posto in cui andare.
Hey! Uomo del tamburo, suona una canzone per me,
nel mattino della tua melodia metallica, io ti seguirò.

Anche se so che l'impero della notte si è ridotto in sabbia
scivolata dalla mia mano
e mi ha lasciato qui, cieco, fermo, ma ancora sveglio,
la mia stanchezza mi sorprende, ho le stigmate ai piedi,
non ho nessuno da incontrare
e la vecchia via vuota è troppo morta per sognare.

Hey! Mr. tambourine man, suona una canzone per me,
sono sveglio e non ho un posto in cui andare.
Hey! Mr. tambourine man, suona una canzone per me,
nel mattino della tua melodia metallica, io ti seguirò.
Portami in un viaggio sulla tua magica barca turbinosa,
i miei sensi sono stati strappati, le mie mani non hanno
                                                 tatto per aggrapparsi,
le dita dei miei piedi troppo intorpidite per muovere un passo,
aspettano solo i calcagni delle mie scarpe per vagabondare.
Sono pronto per andare ovunque, sono pronto per scomparire
nel mio corteo e lasciare che la tua danza sillabi il mio cammino,
prometto di affondare sotto il suo suono.

Hey! Mr. tambourine man, suona una canzone per me...

Anche se è possibile che tu senta ridere, e girare,
                           e andare con passo smanioso incontro al sole,
io non ho meta, è solo una fuga nella corsa;
solo in cielo non esistono confini che confinano.
E se senti vaghe tracce di un vacillare saltellante di rime
sul tuo tamburo a tempo, è solo un logoro buffone dietro di te
da quattro soldi, è solo un'ombra che stai vedendo
rincorrerti.

Hey! Mr. tambourine man, suona una canzone per me...

E allora fammi scomparire fra gli anelli di fumo della mia mente,
dentro le rovine di nebbia del tempo, oltre le foglie ghiacciate,
gli alberi infestati e terrorizzati, fra la spiaggia turbinosa,
lontano dalla ricerca estenuante della folle tristezza.
Sì, per danzare sotto il cielo di diamante, con una mano che fluttua libera,
disegnato dal mare, circondato dal circo di sabbia,
con la memoria e il destino trascinati sotto le onde:
lasciami dimenticare di oggi fino a domani.

Hey! Mr. tambourine man, suona una canzone per me...

>QUI per ascoltare il brano
>testo originale

(Bob Dylan, trad. libera S.R.)