Visualizzazione post con etichetta Novecento. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Novecento. Mostra tutti i post

sabato 2 ottobre 2021

Una poesia di Pessoa

Se qualcuno un giorno bussa alla tua porta,
dicendo che è un mio emissario,
non credergli, anche se sono io;
ché il mio orgoglio vanitoso non ammette
neanche che si bussi
alla porta irreale del cielo.
Ma se, ovviamente, senza che tu senta
bussare, vai ad aprire la porta
e trovi qualcuno come in attesa
di bussare, medita un poco. Quello è
il mio emissario e me e ciò che
di disperato il mio orgoglio ammette.
Apri a chi non bussa alla tua porta.

giovedì 24 ottobre 2013

Spoon River: la vera e la finta corruzione (II)

(Ripubblicazione dell'articolo di agosto 2012)


Hod Putt

Mr. Putt osserva con noncuranza il vecchio capitalista Piersol, losco uomo d'affari, industriale arricchitosi con la frode e sfruttando a proprio vantaggio le leggi che gli amici potenti gli hanno approvato per salvarlo dal fallimento. Ma al mancato fallimento finanziario del'uomo, l'indifferenza di Putt si trasforma in indignazione e l'indignazione in disperazione, al punto che lui, uomo onesto e buon padre di famiglia, per fame, rapina un passante indifeso e, senza volerlo, lo uccide. Allo scandalo d'un uomo che uccide un altro uomo, Spoon River non può che reagire con la forza della Giustizia e della pena capitale. Davanti alla morte, però, il fallimento supremo, né il ricco parassita né il disperato sfuggono.


Qui giaccio, accanto alla tomba
del vecchio Bill Piersol,
che si arricchì trafficando con gli Indiani e che
poi, con la legge sul fallimento,
si arricchì più di prima.
Io m'ero stancato di fatica e miseria,
e vedendo come il vecchio Bill e gli altri prosperavano nel benessere,
una notte rapinai un passante dalle pari di Proctor's Grove,
 ma senza volerlo lo uccisi,
perciò fui processato e impiccato.
Fu il mio modo di fare fallimento.
Ora, noi che siamo falliti ciascuno a modo suo
riposiamo in pace fianco a fianco.


Ralph Rhodes

Il giovane Ralph Rhodes deve la sua fortuna agli imbrogli, ai prestiti bancari ricevuti con l'inganno, alla bancarotta del padre, ai raggiri e ai finanziamenti illeciti, alla truffa. E dopo aver frodato Spoon River, fatto fallire il padre, gestito i suoi affari in maniera occulta, fatto incarcerare il suo cassiere fantoccio per i reati che egli aveva commesso, dopo essersi lasciato ammaliare al fascino del denaro, Rhodes non resiste a quello delle donne e del vino, fino al disgusto. La sua consideratezza non riguarda la morale personale, ma è il suo modo di sbeffeggiare la vita e la società. 
Fino al disgusto, appunto, perché avvicinandosi la morte, quando anzi la morte lo richiama quasi fatalmente a Spoon River, Rhodes non è pentito, né insoddisfatto, ma sente per la prima volta di essere ingannato: ingannato dal suo cuore che si ferma.


Tutto quel che dicevano era vero:
feci fallire la banca di mio padre coi prestiti ottenuti
per speculare sul grano a tempo perso; ma questa è la verità:
compravo grano anche per lui
che non poteva figurare nell'affare
per via dei suoi rapporti con la chiesa.
E mentre George Reece, il cassiere, scontava la pena,
io inseguii il fuoco fatuo delle donne
e l'inganno del vino a New York.
E' fatale disgustarsi del vino e delle donne
quando non hai nient'altro nella vita.
Ma immaginate la vostra testa grigia, e china
su un tavolo cosparso di mozziconi acri
di sigarette e bicchieri vuoti,
e si sente un colpo, e voi sapete che è il colpo
così a lungo soffocato dallo scoppio dei tappi
e dalle strida fatue delle donnine-
voi alzate lo sguardo, ed ecco la vostra ladra,
lei che ha atteso che aveste la testa grigia
e il cuore perdesse colpi per dirvi:
il gioco è finito. Sono venuta a prenderti.
Vai sulla Broadway e fatti investire,
ti rispediranno a Spoon River.


Il direttore Whedon


Whedon, direttore, non ha nome. Dal retroscena del suo quotidiano Whedon spadroneggia sulla Città dei vivi. Lui è il gigante, il profeta; le passioni umane la sua materia bruta da deformare e usare per rovinare Spoon River, nel proprio superiore interesse: lui è il gigante. Minare la civiltà come un ossesso del potere, un ragazzo che fa deragliare un treno per il gusto di provare la propria onnipotenza; tutto gli è dovuto. Tutto meno un posto dignitoso in cui riposare, perché il cumulo delle sue ossa è gettato nel punto più penoso del cimitero, vicino al fetore di fogna che si alza dal fiume, il suo luogo naturale.


Saper vedere ogni aspetto d'ogni problema,
dar ragione a tutti, essere tutto, non essere nulla a lungo;
deformare la verità, strumentalizzarla,
sfruttare i grandi sentimenti e le passioni della famiglia umana
per bassi scopi, per fini astuti,
indossare una maschera come gli attori greci -
il tuo quotidiano di otto pagine dietro cui ti nascondi,
strillando nel megafono dei caratteri cubitali:
"Sono io il gigante".
E quindi vivere anche la vita di un ladruncolo,
avvelenato dalle parole anonime
di un' amica segreta.
Per danaro insabbiare uno scandalo
o divulgarlo ai quattro venti per vendetta,
o per vendere il giornale,
distruggendo reputazioni o corpi, se necessario,
vincere a ogni costo, salvo la vita.
Gloriarsi di un potere demoniaco, minare la civiltà,
come un ragazzo paranoico mette un tronco sulle rotaie
e fa deragliare il rapido.
Essere un direttore, com'ero io.
Poi giacere qui accanto al fiume sopra il punto
dove scorre la fogna del villaggio,
e scaricano barattoli vuoti e immondizie,
e nascondono gli aborti.

venerdì 5 luglio 2013

Nostalgia del presente

In quel preciso momento l'uomo si disse:
che cosa non darei per la gioia
di stare al tuo fianco in Islanda
sotto il gran giorno immobile
e condividere l'adesso
come si condivide la musica
o il sapore di un frutto.
In quel preciso momento
l'uomo stava accanto a lei in Islanda.

(J.L.Borges)

domenica 21 aprile 2013

Alle fronde dei salici


E come potevano noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

(S. Quasimodo)


sabato 9 febbraio 2013

Un uomo che coltiva il suo giardino

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere un'etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore ed una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male subìto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

(J.L.Borges)

venerdì 2 novembre 2012

A Pier Paolo Pasolini



Me ne vado, ti lascio nella sera
che, benché triste, così dolce scende
per noi viventi, con la luce cerea 

che al quartiere in penombra si
rapprende.

***
Per il segno che c'è rimasto,
non ripeterci quanto ti spiace
non ci chiedere più come è andata,
tanto lo sai che è una storia sbagliata


Questo non è un epicedio, un memoriale, un omaggio in senso stretto; e non è nemmeno una biografia, una sintesi delle opere, una ricostruzione storica.
Pier Paolo Pasolini nacque a Bologna nel 1922...
Un inizio del genere, da enciclopedia o da saggio che, beninteso, gli riservano lo spazio che s'è meritato, non rende il giusto a Pier Paolo Pasolini.
Discutere delle dicerie che circolavano sul suo conto, dei tentativi di sabotarne la carica morale e culturale rivoluzionaria, ricorrere – come, ahimè, sto rischiando – a una predica postuma, a una “retorica su Pasolini” è fuori luogo. Come è fuori luogo il senso di pietà e di commemorazione confinato in un giorno all'anno.
Singolarmente, secondo chi alimenta speranze superstiziose, comunemente, per chi osserva i fatti come tali e cerca di ricavarne un supporto per costruire i propri postulati, la morte di Pasolini avvenne il 2 novembre del 1975. Le circostanze misteriose, le giustificazioni tardive, la denuncia dello stesso Pasolini al clima di “fascismo culturale” che lo avrebbero ucciso sono elementi su cui si deve fare chiarezza. «Una storia mica male insabbiata, una storia sbagliata».
Il motivo per cui ambiziosamente colgo l'occasione per ricordare a me stesso Pasolini mi è chiarissimo.
Pasolini avrebbe potuto salvare l'umanità? Consentitemi questa espressione molto poetica ed estremamente labile. L'atteggiamento intellettuale di Pasolini, se fosse attecchito in Italia, avrebbe salvato l'individuo dal male dell'insipienza. Ma per salvarsi è davvero necessario voler essere salvati. Si obbietterà che un intellettuale non può cambiare lo stato dei fatti, né può, per di più, un intellettuale particolare, un intellettuale che i detrattori con falso eufemismo definivano “singolare”, “appariscente” e i più diretti oppositori consideravano “osceno”, “eversivo”. Storia diversa per gente normale, storia comune per gente speciale.
Nella sua vasta produzione, abbozzando il suo ultimo romanzo incompiuto, Petrolio, Pasolini ha scritto la summa dell'essere umano attraverso lo scandalo, la trasformazione, la debolezza, l'infezione, l'ambivalenza; ha tentato di superare il Novecento letterario, aggiungendo alla ricerca del capolavoro lo spirito umanitario dell'interesse civile, scrivendo per volontà e per desiderio.
Il senso della storia era un tormento che individuava nel popolo il soggetto in grado di percepirne l'essenza, nel «grande concerto di scalpelli»: solo il popolo ne ha un sentimento. Il popolo d'altra parte, questa collettività fisica e ideale dai tratti del Marxismo e del Vangelo, è l'origine della contraddizione. Muta ammirazione, idealizzazione, abbandono all'estetica o spinta al cambiamento, lotta di classe, liberazione dal giogo oppressivo, dalle catene inghirlandate dall'arte e dalla morale comune? Con le parole del poeta: 
«Lo scandalo del contraddirmi, / dell'essere / con te e contro te; con te nel core, / in luce, contro te nelle buie viscere; // del mio paterno stato traditore / - nel pensiero, in un'ombra di azione - / mi so ad esso attaccato nel calore // degli istinti, dell'estetica passione; / attratto da una vita proletaria / a te anteriore, è per me religione // la sua allegria, non la millenaria / sua lotta: la sua natura, non la sua / coscienza: è la forza originaria // dell'uomo, che nell'atto s'è perduta, / a darle l'ebbrezza della nostalgia, / una luce poetica: ed altro più // io non so dirne, che non sia / giusto ma non sincero, astratto / amore, non accorante simpatia...». (Le ceneri di Gramsci)
Un ingente contributo all'affrancamento culturale, percepito in forte connessione con la possibile emancipazione fisica e concreta degli individui, fu la risposta implicita di Pasolini a quanti con le maniere borghesi della doppia morale, con la moderatezza esteriore che celava l'intolleranza e esprimeva il conformismo come valore imperante dell'Italia del dopoguerra, si opponevano alla libertà di pensiero.
Così, in una celebre intervista di Enzo Biagi:

B. Che cosa ci trova di così anormale (l'argomento è "il successo" che Pasolini ha definito "altra faccia della persecuzione", N.d.A.)? 
P. Perché la televisione è un medium di massa, e come tale non può che mercificarci e alienarci. 
B. Ma oltre ai formaggini e al resto, come lei ha scritto una volta, adesso questo mezzo porta le sue parole: noi stiamo discutendo tutti con grande libertà, senza alcuna inibizione. 
P. No, non è vero. 
B. Si, è vero, lei può dire tutto quel che vuole. 
P. No, non posso dire tutto quello che voglio. 
B. Lo dica!
P. No, non potrei perché sarei accusato di vilipendio, uno dei tanti vilipendi del codice fascista italiano. Quindi in realtà non posso dire tutto. E poi, a parte questo, oggettivamente, di fronte all'ingenuità o alla sprovvedutezza di certi ascoltatori, io stesso non vorrei dire certe cose. Quindi io mi autocensuro. Comunque, a parte questo, è proprio il medium di massa in sé: nel momento in cui qualcuno ci ascolta dal video, ha verso di noi un rapporto da inferiore a superiore, che è un rapporto spaventosamente antidemocratico. 

Non è stato forse Pasolini un (inaudito) profeta del nostro tempo?

(Simone Risoli)

venerdì 19 ottobre 2012

Poesia d'autunno


Ottobre

Un tempo, era d'estate,
era a quel fuoco, a quegli ardori,
che si destava la mia fantasia.
Inclino adesso all'autunno
dal colore che inebria;
amo la stanca stagione
che ha già vendemmiato.
Niente più mi somiglia,
nulla più mi consola,
di quest'aria che odora
di mosto e di vino
di questo vecchio sole ottobrino
che splende nelle vigne saccheggiate.

(V. Cardarelli)


lunedì 27 agosto 2012

L'epigrafe di Lyman King


Forse credi, viandante, che il fato
sia una trappola al di fuori di te,
che puoi evitare usando prudenza
e saggezza.
Così tu credi, quando osservi la vita degli uomini,
come farebbe un dio che si chini su un formicaio,
e veda la soluzione dei loro problemi.
Ma entra nella vita:
col tempo vedrai il fato avvicinarsi
sotto forma della tua immagine allo specchio;
oppure mentre siedi solo al focolare,
d’improvviso la sedia accanto a te avrà un ospite,
e tu riconoscerai quell’ospite,
e gli leggerai il vero messaggio negli occhi.

(E.L.Masters, Antologia di Spoon River)

sabato 25 agosto 2012

Spoon River: la vera e la finta corruzione

Senza appesantire la poesia con eccessivi commenti, è sufficiente premettere poche frasi. 
Appare evidente come in questi versi di E.L.Masters si fronteggino una piccola corruzione dei costumi, innalzata dalla società (dal sentimento sociale) a piaga di grandi dimensioni, infamante, costruita per nascondere o condannare esteriormente passioni e atteggiamenti immorali comuni a tutti gli uomini (tradimenti, passioni carnali, prostituzione), e una corruzione reale, piaga sociale concreta che è concreta corruzione morale: affari loschi, poteri pubblici che ubbidiscono a poteri economici, operazioni finanziarie che perseguono il profitto a ogni costo, disastri ambientali procurati per l'interesse personale.
La prostituta del villaggio paga gli sguardi indignati della gente e le multe del tribunale, mentre i galantuomini restano impuniti: è questa la giustizia ai piedi della collina.
Nulla di nuovo sotto l'ombra di Spoon River?


Daisy Fraser

DID you ever hear of Editor Whedon
Giving to the public treasury any of the money he received
For supporting candidates for office?
Or for writing up the canning factory
To get people to invest?
Or for suppressing the facts about the bank,
When it was rotten and ready to break?
Did you ever hear of the Circuit Judge
Helping anyone except the “Q” railroad,
Or the bankers? Or did Rev. Peet or Rev. Sibley
Give any part of their salary, earned by keeping still,
Or speaking out as the leaders wished them to do,
To the building of the water works?
But I—Daisy Fraser who always passed
Along the streets through rows of nods and smiles,
And coughs and words such as “there she goes,”
Never was taken before Justice Arnett
Without contributing ten dollars and costs
To the school fund of Spoon River!


Avete mai sentito che il direttore Whedon
desse all'erario un po' dei soldi intascati
per appoggiare un candidato?
O per scrivere elogi della fabbrica di scatolette
e spingere la gente a fare investimenti?
O per tacere i misfatti della banca,
quando fu marcia e sull'orlo del fallimento?
Avete mai sentito che il giudice distrettuale
appoggiasse qualcuno tranne le ferrovie «Q»,
o i banchieri? O che il reverendo Peet o il reverendo Sibley
dessero un po' della paga, guadagnata tenendo la bocca chiusa,
o dicendo quel che faceva comodo ai capi,
per la costruzione dell'acquedotto?
E invece io - Daisy Fraser, che passavo sempre
per strada fra due ali di ammicchi e sorrisi,
e colpetti di tosse e frasi come «eccola là»,
non finii mai davanti al giudice Arnett
senza versare dieci dollari più le spese
al fondo scolastico di Spoon River!


giovedì 2 agosto 2012

Spoon River: la purezza scandalosa


Gli intenti sono già chiari dall'ambientazione. Edgar Lee Masters, avvocato figlio di avvocati, abituato attraverso la sua professione a conoscere ed entrare in contatto con la complessità dell'animo umano e con la sua natura primordiale, lascia dialogare le anime di morti di ogni estrazione sociale, che ognuno infami il proprio vicino, si esprima liberamente, senza remore, confessi i propri misfatti, i propri fallimenti, le illusioni giovanili, i rimorsi. Dopo la morte - ecco la dichiarazione implicita di intenti - tutti gli "abitanti" del cimitero di Spoon River si sono liberati del bisogno di ipocrisia a cui la vita sociale li ha costretti. Chi, fra loro, è vissuto senza restrizioni, "senza mai un pensiero non al denaro, non all'amore, né al cielo", sembra aver anticipato in vita la pienezza della propria libertà. La maggior parte dei personaggi, però, si è voluta o dovuta arrendere al giudizio ora concreto di un tribunale, ora infamante, sottile e logorante, come un'infezione invisibile di un distorto e imperante senso comune.
Benché siano numerose le interpretazioni fornite della Antologia di Spoon River (mi piace ricordare senz'altro la riscrittura insuperabile, anche musicalmente, di Fabrizio De André che, esordendo con la presentazione della collina su cui riposano i morti e isolando alcuni personaggi, riconosce nell'opera il lamento umanissimo di chi è vissuto, per scelta o per necessità, di delusione e rimpianto: "Nel disco si parla di vizi e virtù: è chiaro che la virtù mi interessa di meno, perché non va migliorata. Invece il vizio lo si può migliorare: solo così un discorso può essere produttivo", F.De André) è evidente il substrato comune rappresentato dal coro stonato di voci che si accavallano per denunciare finalmente la verità, l'affrancamento dalla tirannia del timore, sia esso familiare, sociale, religioso.
Così, l'inutilità del profitto per morti sepolti che "dormono tutti sulla collina" (il principio celeberrimo della morte che non discrimina, di cui sono ricchissimi la letteratura e la cultura popolare: fra tutti, T.S. Eliot, "Phlebas il fenicio, morto da quindici giorni / dimenticò [...] il profitto e la perdita") sembra liberare alcuni interlocutori dalla smania di successo che spesso li ha condotti a tradimenti, odio, inganni, delitti; l'ateismo e l'eresia sembrano allontanare la paura di una religione asfissiante che diventa strumento di controllo e oppressione; l'amore è un sentimento spesso sopravvalutato che genera morte, sofferenza e rancore, perché si tratta spesso di una costruzione sociale e non di un sentimento, con cui il linguaggio edulcora, nasconde, giustifica disprezzo, volontà di potenza, prevaricazione, orgoglio, desiderio di possesso.
In sintesi, la formula "non al denaro, non all'amore, né al cielo" riassume l'idea di libertà. E, se si volesse confrontare questa conclusione con quella di un autore certamente meno radicale di Masters, la tesi sembrerebbe comunque confermata:
"Quando nasce l'anima di un uomo in questo paese, le sono gettate reti per impedirle di fuggire. Mi parli di nazionalità, di lingua, di religione: io cercherò di fuggire a quelle reti".
(J. Joyce, Ritratto dell'artista da giovane)
Ma Spoon River non è uno scenario positivo, educativo: la purezza dei morti non è la loro redenzione. Nessun segno di ravvedimento o pentimento si scorge, se non nella forma implicita della devastante sofferenza interiore. Alcuni personaggi esprimono con fierezza i modi in cui hanno truffato sprovveduti, condannato a morte innocenti, sposato un uomo o una donna per convenienza, assassinato, rinchiuso il proprio figlio in un manicomio. Da molti altri traspare l'insoddisfazione; da alcuni anche l'onestà, la fedeltà agli ideali, l'integrità morale.
La purezza, però, consiste nella immediatezza. Così come la forma pura si trasmette senza interposizioni e direttamente, la purezza dei personaggi non è la loro santità, ma loro umanità (anche nel senso deteriore del termine) che si presenta, provocatoriamente, senza contaminazione.
La purezza di Spoon River è l'abbandono delle convenzioni che rendono l'uomo migliore di quel che sembra, a una condizione: è chiaro all'autore, tanto quanto poco chiaro è alla generalità delle persone, che tali "convenzioni" non rendono effettivamente migliore gli uomini, non tendono (se è lecito) a migliorarlo, ma ne nascondono la parte "peggiore" sotto un falso concetto elaborato da una maggioranza.
(Ecco perché l'eresia diventa fondamento della conoscenza).

(Seguiranno testi e commenti)

mercoledì 27 giugno 2012

Sul sentiero di Eliot

Ci sono almeno tre ragioni per le quali, sporadicamente e senza un ordine preciso, sto presentando e anteponendo a una "trattazione sistematica" o anche monografica del poeta inglese T.S.Eliot un approccio diretto ai suoi testi: una di ordine strettamente personale, perché in particolare Eliot è un modello per lo stile e i contenuti (e perché in questa direzione sono sostenuto da alcuni amici lettori); una seconda dipende dalla volontà di diffondere, forse ambiziosamente, l'opera di un autore troppo a lungo confinato fra gli intellettuali rinchiusi in una personale turris eburnea. Una terza è conseguenza di quel che lo stesso Eliot suggeriva.
Genuine poetry can communicate before it is understood. The impression can be verified on fuller knowledge; I have found with Dante and with several other poets in languages I was unskilled, that about such impressions there was nothing fanciful. They were not due, that is, to misunderstanding the passage, or reading into it something not there, or to accidental sentimental evocations out of my own past. The impression was new, and of, I believe, the objective poetic emotion. (La poesia genuina può comunicare prima di essere compresa. L'impressione può essere verificata a una più approfondita conoscenza; ho provato con Dante e tanti altri poeti, letti in lingua originale, di cui non conoscevo niente; una simile impressione [suscitata dalla poesia] era pura, non era deformata dall'immaginazione. Non c'era bisogno, né rischio che fraintendessi i passaggi o che ci leggessi qualcosa che non c'era o che riportasse a un'evocazione particolare del mio passato. L'impressione era nuova, di quelle che credo un'oggettiva emozione poetica).
 A questo proposito, negli intermezzi sarebbe interessante trasformare questo spazio in un'offerta alla condivisione e al dibattito, che preceda una sua annotazione critica e quanto più possibile originale. 

SPLEEN

Sunday: this satisfied procession
Of definite Sunday faces;
Bonnets, silk hats, and conscious graces
In repetition that displaces
Your mental self-possession
By this unwarranted digression.

Evening, lights, and tea!
Children and cats in the alley;
Dejection unable to rally
Against this dull conspiracy.

And Life, a little bald and gray,
Languid, fastidious, and bland,
Waits, hat and gloves in hand,
Punctilious of tie and suit
(Somewhat impatient of delay)
On the doorstep of the Absolute.

Domenica: questa processione soddisfatta
di sicure facce domenicali;
cuffie, cappelli di seta, consapevoli grazie
in una ripetizione che spiazza
il pieno possesso delle facoltà mentali
con questa digressione ingiustificata.

Sera, luci e tè!
Bambini e gatti per la strada,
depressione incapace di affrontare
questa cupa cospirazione.

E la Vita, calva e grigia,
languida, esigente e slavata
aspetta, cappello e guanti in mano,
raffinata nell'abito e nella cravatta,
un po' impaziente del ritardo,
davanti alla soglia dell'Assoluto.

(trad. libera, S.R.)

domenica 24 giugno 2012

Le città di Calvino. Un'ipotesi di lettura



Abbiamo aperto la questione ambientale!

Ne Le città invisibili (1972) il racconto delle città di un Impero in rovina, in forma di resoconti a Kublai Khan stilati da Marco Polo, si fonde con una descrizione ideale, lasciando abbandonare il lettore, almeno una volta, a una considerazione estetica: esiste un solo genere migliore della poesia ed è la prosa poetica.
Nasce così la riflessione sulle città (e tutto ciò che rappresentano) «impossibili» secondo l’autore, ma attuali, che «s’allargano in città concentriche in espansione», «città-ragnatela sospese su un abisso», città che solo in tarda età rivelano il loro splendore nascosto nel ricordo di una scala di gusci di chiocciole o di friggitorie illuminate a notte fonda.
Le città invisibili – come dichiarò lo stesso Calvino – sono «un sogno che nasce dal cuore delle città invivibili», un'ipotesi alternativa di concepire la città come luogo di scambio e interazione e lo sviluppo urbanistico come processo di espansione delle relazioni, intrecci di memorie ed esigenze, polis corporea che vive attraverso mura in costruzione ed edifici crollati. Poiché lo stesso autore lo suggerisce, le città invisibili possono assumere significati nuovi e la convivenza, nel racconto, fra utopia e realtà (fra inferno e utopia) sono in grado di mostrare quel che oggi la città possa rappresentare. La questione urbanistica e la questione ambientale diventano un tutto organico, perché si rivelano entrambe un’appendice della questione antropica.
Il nucleo del problema si trasferisce dalla condanna della città, della costruzione, della tecnologia all'azione umana, che diventa operazione interpretativa (nella misura in cui conferisce un significato, positivo o negativo), creatrice e distruttrice. Un significato della città e dell’ambiente non potrebbe esistere indipendentemente dalla coscienza umana; mentre ambiente e città, come realtà fisiche, possono esistere indipendentemente dall'uomo (ma non è valida l'implicazione inversa). Così, nel rivolgere lo sguardo a quanto è accaduto (la storia) o nel tenderlo a quanto dovrebbe accadere (il progetto), l’urbanizzazione, la piena disposizione dell’ambiente da parte dell’uomo (la piena disposizione dell’uomo da parte di altri uomini) presentano possibilità sempre diverse e la razionalità del problema si riduce a scelta. La scelta non cade sul'an (il se), ma sul quomodo (in che modo) disporre; l'effetto della scelta è irreversibile, perché segna una prassi: il modo di concepire e attuare la concezione non coinvolge soltanto i materiali, l'estetica, l'aspetto della città, ma è il riflesso del modo in cui si costruiscono le idee di convivenza e umanità.
In due interventi agli studenti universitari di New York, Calvino affermò:
«Credo che non sia solo un’idea atemporale di città quella che il libro evoca, ma che si svolga, ora implicita ora esplicita, una discussione sulla città moderna. Da qualche amico urbanista sento che il libro tocca vari punti della problematica, e non è un caso perché il retroterra è lo stesso. E non è solo verso la fine che la metropoli dei big numbers compare nel mio libro; anche quel che sembra evocazione di una città arcaica ha senso solo in quanto pensato e scritto con la città di oggi sotto gli occhi.Che cos'è oggi la città, per noi? Penso di aver scritto qualcosa come un ultimo poema d'amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città. Forse stiamo avvicinandoci a un momento di crisi della vita urbana e Le città invisibili sono un sogno che nasce dal cuore delle città invivibili. Oggi si parla con eguale insistenza della distruzione dell'ambiente naturale quanto della fragilità dei grandi sistemi tecnologici (…). La crisi della città troppo grande è l'altra faccia della crisi della natura. L'immagine della “megalopoli”, la città continua, uniforme, che va coprendo il mondo, domina anche il mio libro».
È trascorso qualche decennio dal 1973. Il percorso paradigmatico della città ha raggiunto risultati ben più complessi, ma ancora ascrivibili alla formula aperta fissata da Le città invisibili. Soprattutto, quella metafora (non tanto immateriale, però, come è l'allegoria) ora può essere riletta nella sua forma pura di monito all'atteggiamento, psicologico e individuale o pratico e collettivo, dell'uomo; senza tetre previsioni, catastrofismo, pregiudizio verso l'attività umana ma con un avvicinamento a quel che può significare, con l'azione (l'esempio) o con la volontà espressa. Nessuna condanna alle città, che sono riflesso umano e sono «un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni d'un linguaggio: le città sono luoghi di scambio».
Ma questi scambi – come illustrano i libri di storia economica – «non sono solo scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi» e queste città (rectius la generalità delle città invisibili) sono immagini, potenziali «città felici che continuamente prendono forma e svaniscono, nelle città infelici» e nell'infelicità complessiva di un Kublai Khan imperatore, possessore di tutte le città (e, quindi, colui che ne dispone), che al termine del suo regno osserva malinconico e impotente la rovina, la crisi, la disgregazione di quella potenza, di quella proprietà che ora sfugge al suo controllo

(Simone Risoli)

martedì 12 giugno 2012

Il discorso sul PIL all'Università del Kansas


"Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (PIL).
Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti.
Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.
Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani".


(Il 18 marzo 1968, Robert Kennedy si rivolse agli studenti dell'Università americana del Kansas con questo discorso, in cui si affrontava senza riserve pregiudiziali un argomento delicato per la Nazione simbolo del liberalismo, dell'intraprendenza imprenditoriale e dello sviluppo economico. 
Rileggendo con umiltà il discorso pronunciato da Kennedy, si deve notare l'enfasi posta sui concetti di solidarietà e qualità della vita sociale, sulla crescita intellettuale e culturale, sull'allontanamento dalla natura nella sua proverbiale ferinità e l'avvicinamento a una soluzione altruistica. 
Robert Kennedy era un moderato cittadino statunitense, vissuto nella cultura liberale del suo Paese, con una reviviscenza di istanze riformiste che caratterizzano lo spirito del costituzionalismo americano. Pochi mesi dopo l'intervento fu assassinato).

martedì 5 giugno 2012

Una poesia di T.S. Eliot

 












Aprile è trascorso da tempo.
Esordire con La terra desolata ("Aprile è il mese più crudele...") sarebbe filologicamente esatto per introdurre un poeta fra i più grandi innovatori e tradizionalisti del secolo scorso. Forse davvero - dopo Eliot o insieme a Eliot o anche attraverso Eliot - la poesia ha assunto un volto nuovo, sfregiato dal dissacrante e dall'orrido, inghirlandato di raffinatezza e sottigliezze intellettuali; per certi versi un esercizio di ingegno (così si diceva dei poeti metafisici inglesi cinquecenteschi, modello di riferimento per T.S.Eliot), per altri la perfetta adesione della poesia alla genetica, perché la forma della poesia diventa il fenotipo (la manifestazione esterna), laddove il contenuto è genotipo (il codice genetico). 
Al di là di questo, una poesia di Eliot - che l'autore stesso interpretava come sinfonia che può essere ascoltata procurando piacere all'orecchio senza coinvolgere, al primo ascolto, l'analisi e l'approfondimento -può essere un buon tentativo di approccio. 

La figlia che piange

O quam te memorem virgo...
Fèrmati sul piano più alto delle scale -
Appoggiati a un'anfora da giardino -
Tessi, tessi la luce del sole nei tuoi capelli - 
Stringi contro di te i tuoi fiori con una sorpresa dolente,
gettali a terra e voltati
con un furtivo risentimento negli occhi:
ma tessi, tessi la luce del sole nei tuoi capelli - 

Così avrei voluto che lui partisse,
così avrei voluto che lei restasse e soffrisse,
così lui sarebbe partito,
come l'anima lascia il corpo lacerato e livido,
come la mente diserta il corpo che ha usato.
Troverei
un modo incomparabilmente lieve e agile,
un modo che entrambi intenderemmo,
semplice e infedele, come un sorriso o una stretta di mano.

Lei si voltò, ma con la stagione autunnale
provocò la mia immaginazione per molti giorni,
molti giorni e molte ore:
i suoi capelli sulle sua braccia e le sue braccia coperte di fiori.
E mi chiedo come sarebbero stati, insieme!
Avrei perso un gesto e una posa.
A volte queste riflessioni sorprendono ancora
la mezzanotte inquieta e il mezzogiorno che riposa.


(T.S.Eliot)

mercoledì 16 maggio 2012

Intermezzo. Incontro con uomini e idee



«Tre passioni, semplici ma irresistibili, hanno governato la mia vita: la sete d’amore, la ricerca della conoscenza e una struggente compassione per le sofferenze dell’umanità. Queste passioni, come forti venti, mi hanno sospinto qua e là secondo una rotta capricciosa, attraverso un profondo oceano di dolore che mi ha portato fino all’orlo della disperazione.
Per prima cosa ho cercato l’amore, perché dà l’estasi, un’estasi così profonda che spesso avrei sacrificato tutto il resto della vita per poche ore di una tale gioia. L’ho ricercato anche perché allevia la solitudine, la solitudine paurosa che induce l’io cosciente a affacciarsi rabbrividendo sull’orlo del mondo per fissare lo sguardo nell’abisso freddo e senza fondo dove non c’è più vita [...]
Con uguale passione ho cercato la conoscenza. Ho desiderato di conoscere il cuore dell’uomo. Ho voluto sapere perché le stelle brillano. Mi sono sforzato di rendermi conto della potenza già intuita da Pitagora, che assicura al numero il dominio sopra il fluire delle cose. In parte, in piccola parte, vi sono riuscito.
L’amore e la conoscenza, nella misura in cui sono stati possibili, conducevano su verso il cielo. Ma la compassione mi ha sempre riportato sulla terra. Gli echi di grida di dolore risuonano nel mio cuore. Bambini che muoiono di fame, vittime torturate dagli oppressori, vecchi indifesi considerati dai figli un peso insopportabile, e tutto quel mondo di solitudine, povertà e dolore trasformano in beffa ciò che la vita dell’uomo dovrebbe essere. Provo lo struggimento del non poter alleviare questi dolori, e anch’io ne soffro».
Bertrand Russell

mercoledì 25 aprile 2012

XXV Aprile. Il senso della Resistenza

Milano, Corteo da Porta Venezia a Piazza Duomo
per la celebrazione della Liberazione
Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.

Ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

(Piero Calamandrei)

mercoledì 18 aprile 2012

Thanatos athanatos

E dovremo dunque negarti, Dio
dei tumori, Dio del fiore vivo,
e cominciare con un no all'oscura
pietra io sono, e consentire alla morte
e su ogni tomba scrivere la sola
nostra certezza: thànatos athànatos?
Senza un nome che ricordi i sogni
le lacrime i furori di quest'uomo
sconfitto da domande ancora aperte?
Il nostro dialogo muta; diventa
ora possibile l'assurdo. Là
oltre il fumo di nebbia, dentro gli alberi
vigila la potenza delle foglie,
vero è il fiume che preme sulle rive.
La vita non è sogno. Vero l'uomo
e il suo pianto geloso del silenzio.
Dio del silenzio, apri la solitudine.

Chiedo venia agli «speculatori di parole» di montaliana memoria, che giustamente sottolineeranno l'inesattezza di alcune ricostruzioni. Il mio obiettivo è sviluppare anche riflessioni personali e devianti, ma non del tutto prive di fondamento.
Thanatos athanatos, l'unica certezza che la conoscenza esatta dei fenomeni non ha ancora scalfito è la morte. Sorge spontaneo, anche se inusuale, il collegamento con la strofa di un testo di Fabrizio De André (Recitativo):
andate, nelle sere di novembre,
a spiar delle stelle al fioco lume,
la morte e il vento, in mezzo ai camposanti,
muover le tombe e metterle vicine
come fossero tessere giganti
di un domino che non avrà mai fine.
La formula proposta da Quasimodo, «nostra sola certezza» e negazione della «pietra oscura “io sono”» (cioè di quella entità grandemente sconosciuto cui si dà nome “io” o “esistenza”), non è e non deve essere piana come appare.
“Morte senza morte” è la traduzione dell'epigrafe segnata su ogni tomba; dunque l'incontestabile certezza umana è la necessità del morire. Ma, altra versione a mio avviso possibile può essere “Morte, non morte”. Questa seconda via, poco battuta, non esclude il senso della precedente, ma lo amplia. Necessità del morire salva, questa interpretazione sottintende una visione negativa dell'esistenza, contesa fra l'alternanza di morte e non-morte (e non di morte e vita, il che offrirebbe una concezione dualistica e "bilanciata"), e cioè ridotta a un lungo morire attraversato da brevi incidenti di accantonamento provvisorio dell'idea di morte. L'esistenza, in sintesi, è dominata dalla morte, al punto che gli istanti in cui il suo pensiero sembra venir meno si riducono a eccezioni.
La vita non è sogno. La constatazione dell'esistenza come alternanza fra morte e non-morte è la negazione di Dio e, insieme, delle certezze assolute che non sopravvivono più all'unica verità naturale: il Dio onnipotente, caposaldo del pensiero umano, si è rivelato il "Dio dei tumori" che permette il male e allo stesso tempo lascia sbocciare i fiori.
Ma il risveglio a questa asprezza del reale è pur sempre un risveglio: la vita, seppure amaramente, si rivela altro dal sogno, ma questa dolorosa rivelazione possiede aspetti anche non negativi; il valore assoluto e senza tempo si trasvaluta nel valore storico. Falso è l'Uomo a immagine e somiglianza, «vero è l'uomo e il suo pianto».
Sconfitto dalle domande aperte è l'uomo; la sconfitta è duplice: è disintegrazione delle speranze e rinascita su valori più deboli che contengono «la potenza delle foglie» (chiara figura retorica: la foglia è fragile e si trattiene a stento ai rami, ma ciononostante è forte nel suo sopravvivere come aggrapparsi quotidiano).

Il pianto geloso del silenzio. Dio del silenzio, apri la solitudine. La morte non-morte a cui si riduce l'esistenza è la morte lato sensu e non solo quella biologica. La morte per eccellenza è «il pianto dell'uomo geloso del silenzio». Infatti, come la formula thanatos athanatos, anche il pianto geloso è certezza; la differenza consiste in quanto segue: quella del sesto verso è certezza assoluta, metafisica, universale; questa è certezza relativa, del momento presente, constatabile, sperimentabile, storica, determinata. La prima è una forma, la seconda una sua manifestazione concreta (il pianto è manifestazione del dolore).
Inoltre, è morte aggravata dalla ricerca del silenzio. Non è semplice pianto, e quindi semplice dolore, ma è sofferenza incomunicabile: è incomunicabilità, è solitudine.
L'invocazione finale si rivolge proprio al Dio del silenzio. Può trattarsi dello stesso Dio dei tumori e del fiore vivo, dunque un'invocazione a quel Dio onnipotente affinché almeno abbia ancora un residuo di forza e pietà per salvare l'uomo dalla morte-solitudine. Oppure è il Dio-Assoluto, cioè la nuova consapevolezza storica (in questo caso Dio significa “certezza”, privata della natura metafisica); allora, l'invocazione si rivolgerebbe alla “divina indifferenza” (cfr. Montale), a una struttura quasi ineliminabile, radicata nell'uomo, a quella tendenza connaturata all'egoismo, perché l'uomo possa liberarsene e squarciare la sua condanna alla solitudine.

(Simone Risoli)

mercoledì 28 marzo 2012

L'estate di Tabucchi

Conobbi Antonio Tabucchi nell'estate del 2008, fra diverse carte. Lo conobbi – in verità – per via indiretta. Anzi, per essere precisi, non conobbi proprio lui, ma Pereira.
Incontrai quel personaggio a prima vista serioso ma impacciato, intento a divorare omelette alle erbe e a consumare quantità spropositate di limonata («metà limone, metà zucchero...»). Lo incontravo spesso nella redazione portoghese del giornale di cui curava la pagina culturale, a Lisbona nell'abituale bar, a casa a dialogare col ritratto della moglie defunta. Pereira mi sembrava il classico uomo abitudinario, vissuto fra dolori e soddisfazioni ordinarie, senza grandi ambizioni e in cerca di tranquillità. Scriveva necrologi anticipati di grandi scrittori. Temeva – come già era successo – che la morte di un grande letterato potesse cogliere impreparata la stampa, costretta a intrecciare frettolosamente qualche riga di articolo per riportare la notizia.
Incomprensibilità dell'esistenza: proprio tre giorni fa per il letterato padre di Pereira – non io dovrei aggiungere aggettivi – nessun necrologio anticipato era pronto. Il giorno seguente, invece, sulle pagine di alcuni giornali sono comparse le testimonianze degli amici Tabucchi, fra cui quella di Stefano Benni e di altri.
Non ho conosciuto Antonio Tabucchi. Tuttavia, credo di aver conosciuto attraverso l'incontro con Pereira una sua parte, quella – magra consolazione per chi soffre la sua assenza – che resta. 
Consolazione insufficiente? Non vorrei rispondere, per evitare di sembrare retorico.
Pereira – ho riletto in questi giorni alcune pagine e ripreso qualche scena del film – era un uomo insicuro che doveva mostrarsi degno della sua posizione in società: responsabile della pagina culturale del Lisboa, fine conoscitore della letteratura. Dopo anni di cronaca, aveva conquistato quel baluardo di tranquillità.
Pereira era convinto che essere un fine conoscitore di letteratura lo avrebbe reso sereno e rispettabile. Ma l'incontro con Monteiro Rossi, giovane idealista legato ai repubblicani che in Spagna stanno combattendo la guerra civile, «un incosciente o un provocatore», turba la sua “tranquillità di esili certezze”. A Pereira non interessa la giustizia; a Pereira non interessano le «ragioni del cuore»: non si è mai interrogato in proposito. Ma conosce il giovane, a cui chiede di collaborare come praticante al giornale; lo paga personalmente, pur non pubblicandone mai i necrologi troppo sovversivi; si lega affettivamente a lui, non lo allontana in nessun modo, nonostante le sue idee gli procurino qualche turbamento.
L'inspiegabile sensazione che gli suscitano questi fatti – una commistione di comprensione e di consapevolezza della propria inadeguatezza – lo induce a ricredersi.
Pereira non raccontava i suoi sogni ad alcuno: il padre gli aveva insegnato che i sogni sono la più privata parte della propria persona; dopo l'incontro con il giovane, frequenta il dottor Cardozo, psicanalista avanguardista, e risponde alle sue domande sull'intimità dei suoi sogni.
Il dottor Cardozo lo spinge a completare da sé il cambiamento: «lei ha bisogno di elaborare un lutto, ha bisogno di dire addio alla sua vita passata, ha bisogno di vivere nel presente, un uomo non può vivere come lei, dottor Pereira, pensando solo al passato». Già Monteiro Rossi lo aveva ammonito durante il primo incontro. «Conosce la morte?», aveva domandato Pereira. «Lei mi chiede di parlare di morte, ma io amo la vita», aveva replicato il giovane.
Pereira usava affermare di occuparsi soltanto di letteratura, non di politica. Le nuove frequentazioni gli mostrano la realtà in toto: le mistificazioni del regime di Salazar che si sta instaurando in Portogallo, le atrocità del fascismo, il servilismo della cultura e degli intellettuali, il tentativo di sopprimere la verità.
«La letteratura sembra che si occupi solo di fantasie, ma forse dice la verità». È tempo – comprende Pereira – che la letteratura, cioè il suo ruolo di letterato, la sua modesta posizione  nel contesto sociale, le sue potenzialità, le sue possibilità non restino confinate nell'astrazione, che lui stesso muti radicalmente, abbandonando la normalità, la passività.
La libertà, la giustizia non sono monopolio della politica di cui la letteratura - secondo il vecchio Pereira - non si deve occupare. Esiste una responsabilità intellettuale di intervenire secondo le proprie capacità: questo ha compreso da quando un nuovo «Io dominante» prevale nella sua «confederazione di anime».
Così, non a torto sostengo che, per essere precisi, non conobbi proprio Antonio Tabucchi, ma Pereira. E cioè che non ho conosciuto Antonio Tabucchi, ma credo di aver conosciuto attraverso l'incontro con Pereira una sua parte, quella – magra consolazione per chi soffre la sua assenza – che resta.

(Sostiene Pereira, regia R. Faenza)