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martedì 30 aprile 2013

April is the cruellest...

Aprile è forse davvero il più crudele.
Lo è, perché il senso di torpore e tepore si fondono tra la rima, l'assonanza e il perdersi in quella analoga sensazione di "medietà". Una specie di grigiore che non si presenta agli occhi, ma è, invece, come una sensazione tattile o mentale. Un'eterna via di mezzo, natura contesa fra inverno ed estate, secchezza e piogge, radici inaridite dal ghiaccio che iniziano a inaridirsi al caldo.
Eppoi esiste sempre una sospensione fra due poli - passato e avvenire -, fra contraddizioni, fra certezze.
Anche al di là del "poetico" che è lo specchio di uno stato interiore di malinconia, disagio, indecisione, perdita di assolutezza attraverso la stagione di passaggio, aprile è certamente il tempo della riflessione, il mezzo del cammino.
Lungi dall'essere questo magma di retorica una pretesa spiegazione universale dei fenomeni umani (a canzoni non si fan rivoluzioni!), aprile scende a compromessi o lascia intendere che la via di mezzo sia quella del compromesso. E non del giusto mezzo come virtù, perché non si spiega, ma il crogiolarsi al centro rivela una certa negatività, sia essa malinconia o senso di deterioramento.
La perdita di certezze (aprile è il correlativo oggettivo dell'anima opaca che non proietta ombre) è anche il disimpegno politico, abdicare alla propria funzione civile, sempre se una "società" sia mai esistita e non sia, invece, un termine in più per indicare la somma di individui slegati e indipendenti, anzi: una catena artificiale alle caviglie di individui slegati e indipendenti?
Insomma, tutto è oggettivamente deludente; la soluzione è prenderne atto.
E tutto questo è incontrovertibile. Ogni parola scelta conferma, rafforza, sostiene quest'idea.

E, di certo, allora, non interpreterò io la parte dell'ottimista ingenuo...
Ma nemmeno quella del pigro disfattista!
In fin dei conti, tutto quel che ho scritto sopra non vale niente, parola d'onore!


sabato 27 ottobre 2012

Brevi riflessioni settimanali. Etica e quasi-filosofia

Come scriveva Bobbio, esistono due filosofie, una aperta e critica, l'altra certa e assoluta. 
Se si sostituisce a "filosofia" il termine "approccio alla realtà", credo che si possano reinterpretare diversi fenomeni con una superiore consapevolezza, in una prospettiva completa.
Uno degli ambiti che potrebbe essere reinterpretato in forza di questa diversa apertura - che non si sostituisce, ma si affianca criticamente e rimane, su indicazione di Bobbio, una via aperta - è l'etica.
E' appena il caso di premettere un possibile inquadramento della questione.
Secondo Nietzsche proclamare la morte di Dio, demolire l'architettura dei valori assoluti, non significa “crogiolarsi nel nulla”, ma “abbassarne il livello”, permettere la creazione di altri valori con la consapevolezza che di creazione umana si tratta e, pertanto, ammetterne il superamento. Molte teorie, diffuse sono in ambiente accademico, ripensano l'etica nel metodo e nei contenuti, discutendo i termini di una sua possibile logica o razionalità; quando si riflette sulla morale, nel metodo e nei contenuti variabili, resta tuttora innovativo  l'insegnamento di Kant e le sue rielaborazioni.
«Questa è una canzone - dichiarò Fabrizio De André, introducendo "La città Vecchia" - che risale al 1962, dove dimostro di avere sempre avuto, sia da giovane che da anziano, pochissime idee ma in compenso fisse. Nel senso che in questa canzone esprimo quello che ho sempre pensato: che ci sia ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell'errore. Anche perché non sono ancora riuscito a capire bene, malgrado i miei cinquantotto anni, cosa esattamente sia la virtù e cosa esattamente sia l'errore, perché basta spostarci di latitudine e vediamo come i valori diventano disvalori e viceversa. Non parliamo poi dello spostarci nel tempo: c'erano morali, nel Medioevo, nel Rinascimento, che oggi non sono più assolutamente riconosciute. Oggi noi ci lamentiamo: vedo che c'è un gran tormento sulla perdita dei valori. Bisogna aspettare di storicizzarli. Io penso che non è che i giovani d'oggi non abbiano valori; hanno sicuramente dei valori che noi non siamo ancora riusciti a capir bene, perché siamo troppo affezionati ai nostri».
Come è evidente, in due modi si può raggiungere una nuova consapevolezza etica: criticando i presupposti tradizionali, ovvero rifiutando una accettazione acritica, o capovolgendoli. L'una e l'altra sono spesso vie contigue e proseguono lungo il solco della tolleranza.

sabato 29 settembre 2012

Brevi riflessioni settimanali

Dimmi chi sono quegli uomini lenti
coi pugni stretti e con l'odio fra denti;
dimmi chi sono quegli uomini stanchi
di chinar la testa e di tirare avanti...

(Francesco Guccini, Primavera di Praga)


Poche parole sono sufficienti

giovedì 26 luglio 2012

APPELLO AI LETTORI


Il sonno della ragione genera mostri, Francisco Goya
Di certo non avrei voluto intervenire in questo modo, interrompendo momentaneamente anche la regolare pubblicazione. 
Tuttavia, confido grandemente nella libertà critica e di pensiero di ciascun lettore che si imbatta in questo luogo.
In breve, da qualche giorno qualcuno potrebbe aver notato inserti pubblicitari in nessun modo autorizzati oscurare o comparire in apertura del sito. Poiché si tratta palesemente di un'intrusione forzata, fondata sulla logica per la quale in ogni caso l'interesse di mercato è preminente, il fatto diviene questione di principio che come tale deve essere affrontata. E poiché il solo modo civile di affrontare la prepotenza e la forza è la conoscenza, chiedo a ciascuno, conosciuta la situazione, di trarre le proprie conclusioni, di ignorare gli avvisi o di prendere posizione contro il prodotto e la forma di pubblicità. 
Quanto alle mie, ritengo che la cultura non sia strumento per garantire profitti ad alcuno attraverso tecniche che si qualificano in tutto come "artifizi e raggiri"; credo che sia un'offesa all'intelligenza del lettore subordinare il suo interesse personale e culturale al suo presunto desiderio di consumo; credo che l'usanza, purtroppo diffusissima, di approfittare di qualunque occasione per promuovere insistentemente e con sotterfugi prodotti commerciali sia ormai da considerarsi, senza eccezioni, il tentativo di ridurre liberi individui autonomamente pensanti in sudditi apatici asserviti a una prassi conveniente.
Spero che i miei venticinque lettori comprenderanno le mie ragioni.

giovedì 5 luglio 2012

Al millesimo lettore


Ho esordito tre mesi fa rivolgendomi al mio venticinquesimo lettore, l'ultimo di quelli che, con falsa modestia, componevano il pubblico manzoniano, fissando un obiettivo che non si proponeva di essere raggiunto, ma ambiva ad essere  affrontato. 
Aver raggiunto anche il millesimo lettore non è quindi un risultato se si esclude che un tale evento non si era rappresentato nemmeno come seriamente possibile, che non si era ricercato e, perciò, mancava il presupposto per sperarlo. Non è un gran risultato nemmeno se si considera che questi mille lettori sono in realtà meno e sono, anzi, molti meno, gli stessi che piuttosto abitualmente ritornano a visitare questo luogo. Questa forma di curiosità anche abituale (o questo ritrovarsi casualmente in un luogo) non è, però, privo di valore, per la ferma convinzione che l'espressione e la condivisione delle idee è la vivificazione dell'individuo ed è il punto di partenza per riconoscere o dubitare di appartenere alla comune cittadinanza umana attraverso "la ragione".
Casa è il luogo da cui uno parte. Un verso dell'ormai conosciuto ai lettori, Eliot, tradotto, ha questo suono. Non sono mai riuscito a determinare tutti i significati possibili di questo verso: "la casa è punto di partenza" può significare infiniti concetti. A questo punto vorrei proporne uno filologicamente inesatto, ma adatto alla situazione, in versi che recuperano una serie di citazioni (tecnica congeniale alla poesia sperimentale del Novecento):

Casa è il luogo da cui uno parte 
- Il vero luogo natio è quello dove per la prima volta 
si è posato uno sguardo consapevole su se stessi.
(Alcuni dicono che quando è detta la parola muore.
Io dico invece che proprio quel giorno comincia a vivere)
Una mescolanza adultera di tutto 
per dire qualcosa

venerdì 8 giugno 2012

Apriamo la questione ambientale!


Aprire le questioni aperte è una scelta tautologica? 
L’evoluzione biologica del genere umano offre la particolarità di essere stata storicamente affiancata da una sua "evoluzione culturale". Culturalmente non si può escludere (come è verificabile) il progresso delle popolazioni, che si manifesta chiaramente in ambito tecnologico ed economico e, anzi, rende attuale la discussione sulla “crescita” (termine improprio) delle popolazioni.
Superati alcuni limiti, o rischiando di rasentarli, ai concetti di continua "crescita" e "progresso" si richiede di associare quello di "sostenibilità".
Per ecosostenibilità si intende una forma di sviluppo (comprendente quello economico, urbanistico, delle comunità) che non compromette la possibilità delle future generazioni di perdurare (nella crescita, ma innanzitutto come specie esistente), preservando la qualità e la quantità del patrimonio e delle riserve naturali (che sono esauribili). L'obiettivo è di mantenere uno sviluppo economico compatibile con l'equità sociale e gli ecosistemi: è necessario operare, quindi, in regime di equilibrio.
L’invito prosegue, dunque, in questa direzione: concepire lo sviluppo sostenibile non tanto come un vincolo dogmatico e surreale cui attenersi, quanto come constatazione e consapevolezza dell’im-possibilità di un prelievo illimitato delle risorse, delle quali viene confutata l’inesauribilità.
Per queste ragioni, tale tipo di “sviluppo atipico”, che i criteri tradizionali di crescita (il PIL, ad esempio) misurano negativamente, non si può considerare una misura restrittiva o reazionaria, bensì un approccio razionale e innovativo alla società, alla politica, all’economia.
Se la questione merita di essere affrontata, dopo essere stata timidamente aperta o ideologizzata o demonizzata invocando il benessere sinonimo di tecnologia e di accrescimento sconsiderato (riflesso sul piano collettivo-consumistico dell'idea egoistica di appropriazione), la ragione è duplice: è necessario ed è razionale.

I presupposti teorici: la questione ambientale come rivoluzione morale.
Razionalmente la questione è urgente e delicata. Urgente, perché la soluzione fra crescita irrazionale ed ecosostenibile non è rimandabile: si tratta di valutare comparativamente, come su una bilancia, la sopravvivenza delle specie della Terra (tra cui il genere umano) e lo sviluppo economico secondo le tendenze attuali. Delicata, perché la scelta pone in termini specifici un dualismo più generale e astratto, ovvero quello della scelta morale e sociale fra egoismo e convivenza, tema che rischia di essere politicamente eluso, mentre si riflette (e quindi dovrebbe essere affrontato) almeno su tre piani: ambiente (appunto), lavoro, previdenza (o, più ampiamente, assistenza) sociale.
Proprio questi temi, fra altri, sono forse criterio di misura di una nuova libertà morale, perché si sviluppano nella dimensione della inter-temporalità: riguardano la co-esistenza fra individui (nello spazio) e fra generazioni di individui (nel tempo); permettono di interrogarsi sulla moralità della propria azione in base agli effetti che essa produce in relazione alla totalità degli uomini, in ogni tempo.

(Simone Risoli)

lunedì 7 maggio 2012

Il «nodo» Alfano (e altre incomprensioni)


È di questi giorni il proclama, la pronta replica, la contesa orgogliosa, senza cenno di cedimento, la scelta cavalleresca e di stile di non demordere (parafrasando le parole dell'on. Cicchitto) del segretario di un importante partito.
Sia chiaro, ogni modesta opinione qui espressa vuole essere una riflessione sulla delicatezza e sugli imprevisti svolgimenti delle pubbliche affermazioni, soprattutto se provengono da figure che, per disparate ragioni non sindacabili, si ergono a modello, al punto di proporsi alla guida del Paese.
L'oggetto del contendere si può così riassumere: il segretario in questione dichiara che le tasse (espressione generica, ma sintetica) stanno diventando particolarmente opprimenti; che questo fatto grava soprattutto sulle imprese; che quelle stesse imprese sono creditori dello Stato, da cui attendono pagamenti arretrati per prestazioni offerte. Ergo: a quegli imprenditori dovrebbe essere concesso di poter compensare debiti e crediti verso lo Stato. Più semplicemente (perché è bene comprendere i dati, prima di giungere al giudizio), il piccolo imprenditore in attesa di pagamento dovrebbe versare all'Agenzia delle Entrate le imposte meno il suo credito e, nel caso, non pagarle affatto se il credito superasse quanto dovuto allo Stato.
Ora, è ovvio che il pericolo di un fraintendimento di questo principio è probabile. Perché è ovvio che i toni elettorali suscitano furori e non riflessioni fredde e che il rischio di compensazioni arbitrarie è molto elevato. Su una materia tanto viscerale come quella fiscale, fondata sull'odio naturale e diffuso del contribuente medio verso il Fisco, insomma, il confine fra compensazione ed evasione fiscale può diventare labile e grava sull'ideatore del metodo compensativo non dare adito a dubbi.
Precisiamo: il principio di compensazione, già applicato fra privati, può essere legittimo se una legge fissa rigorosamente un criterio per definirlo che dovrebbe, senz'altro, prevedere l'esclusività dello Stato a procedere e autorizzare lo "scambio". In nessun modo si dovrebbe lasciar intendere che l'autotutela verso lo Stato sia una forma lecita per esercitare un presunto diritto.
Il problema è altro: rivendicare in forma di ultimatum così inusualmente tassativo qualcosa del genere era opportuno?
Politicamente, se politica è misura e capacità di attrarre consensi (proprio oggi alcuni quotidiani riportano le discussioni sul cambio di leadership nel PDL per attrarre più elettori), lo è di certo; politicamente, se politica è capacità di indirizzo della società, tentativo di ‘raddrizzare le storture sociologiche’, lo è meno.
Io intendo chiedermi, senza pretesa di rispondere: non si sarebbe dovuta scegliere una minore enfatizzazione e una superiore, per quanto più noiosa e meno "comunicativa", chiarezza espositiva? Quale sarà l'effetto su chi è convinto che le tasse siano “pizzo di Stato” (vedi il “nuovo” Grillo), che pagarle è un'ingiustizia legalizzata, che le tasse degli imprenditori del Nord paghino i sussidi ai fannulloni del Sud, dimenticando che con le tasse lo Stato, nonostante gli enormi sprechi, finanzia (purtroppo poco) e garantisce l'Istruzione, fa funzionare gli Ospedali per la cura di tutti i cittadini, garantisce le cure mediche (fatto per niente scontato altrove nel mondo)?
Non sto costruendo l'apologia dello Stato e delle buone maniere (con cui spesso si edulcorano grandi lacerazioni); non sto giustificando l'ordine costituito (peraltro bisognoso di profonde riforme). Sto cercando di affrontarlo razionalmente. Per queste ragioni mi chiedo: l'imprenditore meno onesto sarà più o meno indotto a “compensazioni arbitrarie”? L'evasore fiscale sentirà o meno un sostegno (anche se involontario) psicologico a continuare la sua attività parassitaria?
Ecco il centro della questione: Non è probabile che qualcuno intenda questo eventuale diritto come una attuale autodifesa, se la questione è posta in termini confusi e coloriti? È la questione secolare della “eterogenesi dei fini”: da una causa possono originarsi effetti imprevisti e, anzi, esclusi dall'autore come conseguenze del suo gesto. Per questo la politica deve valutare tutti i rivolgimenti delicati della propria azione: per questo i partiti, talvolta, devono evitare la leggerezza dei proclami.
Ben venga una regolamentazione legislativa del punto, anche se resta da domandarsi molto sul merito. Quel che non dovrebbe accadere è alimentare le tensioni e le esasperazioni. Rassicurare gli imprenditori onesti con i toni propagandistici non elimina le tensioni. Lo scontro quasi ricercato con il Governo, che sul tema delle “compensazioni” si era espresso duramente, sembra favorire questa seconda via.
«Chi incita all'evasione meriterebbe un trattamento molto più rigoroso nel contesto sociale», si è espresso il Presidente Monti. E ha ben ragione il Presidente del Consiglio ad affermare che la situazione economico-sociale attuale è risultato della cecità di governi passati, che giustificare anche indirettamente forme di “autotutela fiscale”, di fatto evasione, ha risvolti criminogeni, perché, fino a prova contraria, il boicottaggio dell’IMU è reato e atto di egoismo (qualcuno si è mai interrogato sulla situazione di chi nemmeno può permettersi l'acquisto di una "prima" casa o ha posto il problema dell'IMU in termini di graduabilità e non di alternativa "tutto o nulla"?).
Lo Stato è sistema, per quanto malfunzionante, e le tasse sono forma di partecipazione al sistema.
Questo non vuol dire che lo Stato sia infallibile.
La protesta è sacrosanta, la demagogia è dannosa. L’appesantimento della tassa sulla prima casa è il prezzo di una scelta popolare (l’abolizione dell’ICI) ma fallimentare.
Quale sia la reale intenzione o buona fede degli esponenti del partito dei proclami, poco importa. Poco importa se il Governo Monti ha interpretato la reazione di quel partito come una exscusatio non petita («Senza che io mi riferissi ad Alfano molti esponenti del suo partito lo hanno difeso», precisazione del Presidente del Consiglio).
La protesta è sacrosanta, la demagogia è dannosa. La leggerezza è pericolosa.
Una certa deriva in corso è preoccupante (e qui il riferimento è più ampio e generale), e non perché dovrebbe terrorizzare il cambiamento dello status quo (questo potrebbero obiettarmi i “Grillini”). Al contrario, è preoccupante perché ricerca il cambiamento minando le basi sociali e meritocratiche dello Stato, la cui affermazione È IL CAMBIAMENTO.

giovedì 3 maggio 2012

Manifesto per una nuova consapevolezza poetica


Non chiedermi la chiacchiera chiassosa
che tace al fondo quando la si interroga
o ricomponga i ruderi del mare.

Non chiedermi di trebbiare la crosta
della terra con formula squadrata
o con ordinanza di tribunale

e non chiedere se l'anima attende
ancora ferma fra il nervo spinale
e la ghiandola pineale: domandalo

ad altri, se cerchi risposta facile.
Non sono uno scienziato di parole
che smerci a basso prezzo soluzioni.

Tu ed io saremo entrambi più poeti
se chiederemo ragione agli istanti
anche senza pretendere risposta

e scriveremo il nostro manifesto
a colpi di martello e di sapere
di non-sapere, giorno dopo giorno.

Ed essere poeti è avere il sapore
dolce-amaro di ogni angolo del mondo.

(Simone Risoli)

domenica 29 aprile 2012

III. L'avvenire dei diritti e delle libertà

Non negare diritti non significa necessariamente riconoscerli. Non vuol dire, cioè, necessariamente ammettere una disposizione naturale di quel soggetto a far valere la sua pretesa, ma può significare l'impegno per assegnargliela. Può sembrare una sottigliezza linguistica, in realtà si tratta del mezzo maggiormente efficace per demistificare, smascherare l'inconsistenza di alcuni ragionamenti considerati “forti” e sostenuti in questo Paese per arginare importanti riforme nel campo dei diritti civili. Chi – politici, accademici, religiosi, associazioni di tendenza – sostiene, ad esempio, che non debbano essere riconosciuti diritti civili agli omosessuali, perché “contro natura”, contrari al concetto di “famiglia naturale” basata sul matrimonio fra uomo e donna, commette innanzitutto un grossolano errore logico.
Prima ancora delle posizioni etiche e politiche sull'argomento, questa è la chiave di volta per comprendere lo stato attuale delle libertà: se si riesce a dimostrare che l'avvenire dei diritti è monopolizzato, frenato innanzitutto da una serie di inesattezze logiche, si disarmano tutte le presunte argomentazioni, si svelano, si sgretolano le false certezze senza possibilità di replica.
Ora, torniamo al punto. Se si negano i diritti di alcuni individui (consideriamo ancora gli omosessuali) sulla base del principio che essi “naturalmente non hanno diritti”, che “naturalmente i diritti della coppia sono i diritti della coppia eterosessuale”, è chiaro che restano da provare nei fatti le affermazioni (e la prova scientifica o metafisica non esiste). Ma, ancor prima, si formula un ragionamento assurdo. Qualcuno darebbe credito, senza nemmeno indagare un fondamento scientifico ma immediatamente a prima vista, alla frase “dato che piove, mi chiamo Simone”?
È bene dire chiaramente qual è il vizio logico di queste posizioni: affermare i diritti di un soggetto non significa riconoscergli nulla di naturale, ma garantirgli, assicurargli, prescrivergli qualcosa di giuridico-convenzionale, anche contro le pretese “leggi di natura”.
Il rischio del diritto naturale, purtroppo, è quello di un suo possibile uso strumentale, perché il termine “Natura” è estremamente vago e piegabile a interpretazioni illiberali. Ancora più imbarazzanti – e abbondano le affermazioni di alcuni nostri “rappresentanti” politici in questo senso – e infantili sono le tesi “estetiche” ed emotive: «non è giusto (e quindi non merita il riconoscimento di un diritto), perché mi fa ribrezzo». Ma logica formale ha la caratteristica dell’oggettività: chi presterebbe attenzione a un politico se, esaminando le sue frasi, le scoprisse incoerenti nel metodo, prima ancora che non condivisibili nel merito?
La persuasività di una tesi è opinabile, la sua assurdità è un dato di fatto. E gli elementi di assurdità sono molti in molti casi, ma sono pure la principale debolezza del sistema culturale che vuole assassinare le libertà.
Eccone alcuni.
Preteso punto di forza di queste tesi è il fascino di cui si ammantano, ergendosi a paladini dell’ordine naturale come ciò che è “buono e giusto”. La politica dei valori etici assoluti spesso diventa politica di intolleranza. Oltretutto, i diritti non devono essere ricalcati sulla falsariga di un modello indiscutibile e preesistente. Si deve ammettere che è riduttivo riconoscere e trasporre quel che accade sotto i sensi in regole, modi di convivenza, relazioni sociali, accettare l'equazione questo è, questo deve essere: dovremmo essere fieri di vagare nudi per le foreste, coperti di fango, di bere dai fiumi, di comunicare con versi gutturali, di abitare le caverne, di riprodurci come animali, di regolare le controversie secondo l'istinto, di lasciar svolgere alla malattia il suo corso naturale fino alla morte. Qualcuno dei galantuomini che giustificano la negazione dei diritti degli omosessuali, perché contro natura, crede che dovremmo vivere naturalmente dedicandoci allo stupro, abbandonando le città, regolando i rapporti con la forza, negando quel che, in un solo termine, si definisce “socialità”? La socialità è necessariamente altro dalla natura: ciò che preme è avvalersi in modo costruttivo di questa alienità, tendendo a una sempre maggiore affermazione e non alla compressione di diritti che creazione “civile” o “sociale”, e non naturale, sono. Creare diritti è segno di civiltà, ostinarsi a riconoscerli per temporeggiare sul tema è defilarsi da una cultura liberale.
Se poi si vuole accennare una soluzione scientifica al problema, Natura è la totalità dei fenomeni del mondo: nel momento in cui un fatto accade diventa naturale, cioè parte della Natura stessa.
Altro caposaldo di chi – ormai è evidente – ostacola l'avvenire delle libertà e dei diritti è semplice: esistono, secondo loro, diversità incolmabili in natura che gli uomini (o lo Stato) non possono e non devono eliminare. Così, un parlamento di mortali non può modificare la Natura che vuole l'uomo unito alla donna, i matti insanabili, la minoranza sopraffatta dalla componente più forte: in natura l'animale isolato dal branco muore; può forse il legislatore invertire questa legge immutabile?
Questo principio è un asservimento della logica all'ideologia liberticida. Dire che in natura gli uomini sono diversi, riconoscere che in natura sono diversi, non vuol dire che (come cittadini) gli uomini devono essere diversi! Questo è un salto logico enorme. Osservare che in natura “pesce grande mangia pesce piccolo” – scriveva Scarpelli –, non significa che si debba tollerare che le cose continuino a svolgersi in questo modo, che “pesce grande ha diritto di mangiare pesce piccolo”: non è forse quel che accade quando affermiamo, nella Costituzione, l'uguaglianza fra uomini che vivono in condizioni estremamente diverse?
Natura e diritto si sviluppano su piani separati: tutti i sistemi di norme, di regole, di precetti sorgono in contrasto con la natura. Nessuno, con cognizione di logica, giustificherebbe l'omicidio sulla base della constatazione che “così accade in natura”, “così in natura il più forte prevale sul più debole”, “l’uomo è predisposto alla violenza”.
Su un punto particolare è necessaria cautela. Politicamente una simile operazione, che logicamente è vizio di ragionamento, diventa un efficace strumento anti-liberale.
Bisogna guardarsi da coloro che oggi ostacolano la libertà e i diritti con queste argomentazioni, perché la loro politica spesso non è ignoranza del vero, ma falsificazione ben studiata.
Quando chi sostiene queste tesi è uno sprovveduto, i danni dovrebbero limitarsi, ma l’impatto culturale sulle masse (per le quali l’autorità è pur sempre un modello di comportamento) non è da sottovalutare.
Quando chi sostiene queste tesi compie una sottile operazione ideologica, cercando di fornire una visione oggettiva della realtà che, invece, ne è una deformazione, il pericolo è maggiore. Chi nega le libertà in nome della natura o di altre presunte certezze assolute non è un ingenuo che incorre in errore di distrazione, ma un raffinato esperto che occulta intenzionalmente le realtà, facendo leva su convinzioni primordiali, sulla sensibilità e, soprattutto, sull'impreparazione generale.
L'arresto delle libertà è un'aberrazione della ragione. Nel migliore dei casi è un errore logico, quasi sempre è un consapevole atto di giustificazionismo.
Nel nostro Paese le libertà potranno avanzare se si sveleranno i progetti politici; ma, sviluppare il dibattito sul piano puramente politico è sconveniente, perché obbliga ad assumere una posizione, a compiere una scelta di responsabilità, a dichiarare le reali ragioni e i reali scopi della propria azione.
Chi ostacola le libertà oggi non proclama pubblicamente: “Io sono l'uccisore delle libertà”. Chi arresta l'avvenire dei diritti, oggi, si dichiara convinto riformista, ma alimenta le pulsioni ataviche e istintive dell'uomo: quelle naturali, appunto.
La negazione delle libertà e dei diritti si fonda sulla riduzione della consapevolezza individuale e collettiva. Il futuro delle libertà e dei diritti dipende dal dubbio e dalla cultura personale.

(D’altra parte, mi rendo conto che questi discorsi sono troppo impegnativi e che vivere sereni e indisturbati è di gran lunga più comodo. Specialmente se il problema sembra riguadare qualcun altro; e anche a costo di vivere meno liberi).

(Simone Risoli)

giovedì 22 marzo 2012

Nostro padre, Odisseo


L'Odissea è il viaggio. Odisseo (o Ulisse) è «l'uomo che a lungo vagò», l'esploratore di terre sconosciute, il mortale che rifiuta la promessa di immortalità offerta da Circe per continuare il suo vagabondaggio. Odisseo è l'individuo che sfida i limiti umani, imposti dagli dèi e dalla natura, oltrepassando le Colonne d'Ercole per sete di conoscenza. A chi gli rimprovera la follia, il delirio, l'aver condotto alla morte i suoi compagni navigatori, Odisseo non esita a rispondere, per mano di Dante):
«Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza»
(Inferno XXVI)
Odisseo non ha navigato interminabilmente solo per il Mediterraneo. Il mito di Ulisse ha solcato secoli di immaginario comune e, come fosse creatura vivente, ha subito la forza dell'evoluzione. Nei mille e mille anni di vita ha conservato i suoi caratteri essenziali (l'astuzia, il desiderio di conoscenza, la continua ricerca) e ne ha acquistati altri.
L'Ulisse romantico – quello di Foscolo, ad esempio – è l'eroe senza meta, l'eterno viandante senza scopo, al punto che il suo viaggio perde anche il senso della scoperta. Odisseo-Ulisse è «bello di fama e di sventura»: ha il fascino dell'uomo anti-convenzionale che combatte la sorte avversa.
L'Ulisse del Novecento – il nostro padre naturale – è certamente un Ulisse più "umano".
Chi consolava Penelope nelle notti insonni? Quanto ha sofferto Telemaco la lontananza, l'indifferenza nei suoi confronti del padre che a lui preferì il viaggio? Nessun tentennamento, mai un ripensamento ha assalito Ulisse? A queste domande, ovviamente, si può rispondere in modo semplice: il viaggio di Ulisse, la speranza di Penelope, la fedeltà di Telemaco hanno un valore simbolico. Dall'altra parte, possono diventare spunto di riflessione e sono punto di partenza per scoprire un Odisseo incerto, fallibile, dubbioso, sensibile, imperfetto.
L'Ulisse del Joyce – il nostro padre naturale – non vaga per anni, per terre e per mari: la sua Odissea si esaurisce in una giornata. Il dolore, la gioia, il piacere, la fatica si comprimono in ventiquattro ore. In un solo giorno attraversa Dublino, le vie conosciute, raggiunge l'ufficio, il giornale, si unisce al corteo funebre, mangia i rognoni (di cui è grande amatore), torna a casa stanco, verso sera, per riposare. L'Ulisse di Omero sperimenta la morte scendendo nel Regno dei defunti (l'Ade), quello di Joyce partecipando a un funerale; la “vecchia” Penelope ha la fermezza inossidabile e una forza quasi inumana: ogni giorno tesse la tela che di notte disfa, fino al ritorno dello sposo. La “nuova” Penelope (Molly Bloom) si abbandona ai ricordi, ai monologhi, al flusso sconnesso della coscienza. Ma, non per questo sono sconfitti – al contrario.
Odisseo è la somma dei suoi anni; è pur sempre l'ambizione, l'anelito di conoscenza, la tensione al perfezionamento. Ma sua eredità è più ricca. Accettarla significa pensare all'uomo nella sua completezza: la debolezza e l'ardore, la vittoria e la sconfitta, il quotidiano, la storia, l'eterno. Significa pensare le piccole e le grandi cose e, spesso, come insegna Joyce, le piccole grandi.
Esiste il Tempo, esiste la Storia? O esistono gli istanti, le azioni, i momenti particolari? O esistono entrambi, ciascuno di per sé? La delusione di un momento oscura la promessa del futuro; l'ideale è il faro che illumina questa azione. Esiste la Bellezza o esistono i pomeriggi soleggiati, il cielo stellato, le piramidi, la "Gioconda" di Leonardo, "L'Infinito" di Leopardi, il volto di una persona? 
Di Odisseo “antico” deve sopravvivere il desiderio di spingersi oltre. Di Odisseo “nuovo” deve restare la dimensione umana, finita. «Dobbiamo star fermi e fermi muoverci / in un'altra intensità / per una ulteriore unione […] ». (T.S. Eliot, da East Coker)
Accettare l'eredità di Odisseo, oggi, credo significhi riconoscere il conflitto, ma, ancor prima, il limite dell'uomo.