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sabato 2 ottobre 2021

Tu non sai che mi manca l'aria

Tu non sai che mi manca l'aria 

e mi manca il sonno,

tu che una volta mi davi sonno e aria.

E adesso aspetto che passi la notte

contando la lana e i granelli di fango,

lavando via il fango con l'acqua

e non mi accorgo che, bagnandolo,

mi entra nella carne e mi leva l'aria.


(Simone Risoli)

lunedì 1 giugno 2015

Ho appena appoggiato la porta...

Ho appena appoggiato la porta
lasciandoti andare,
senza vederti voltare.
Si aspetta un secondo di solito
o  sesto di secolo prima
di volgere indietro lo sguardo,
alla soglia usurata,
la fronte bagnata,
accartocciata e pesante.

Livida la notte e leggera,
la luna a passo di ballata lenta
avanza; la luna,
quel pensile oggetto
sputato nel cielo
da un dio senza tempo
che mai ebbe tempo di appianarle i crateri;
e ora crateri più grandi mi trivella
fra falange e falange ogni scelta.

Andare, restare, partire…

Casa è il luogo a cui si torna.
E resto, solo e pensoso,
in questo angolo di sfera distante.
S’ama solo quel che si teme
o non si possiede.

Casa è il luogo da cui si parte.
Un dì, se non andrai sempre fuggendo
di gente in gente,
ancora mi troverai qui,
a cambiare il mondo,
ma avrò scelto d’andare
e mai saremo

sullo stesso parallelo.


(Simone Risoli, giugno 2015)

sabato 7 febbraio 2015

Spleen e l'ardore

Spleen già batteva alla porta
E già aveva aperto da giorni il poeta
Che pure nessuno aspettava:
e se lo trovò davanti,
lui schiena dritta,
in ritardo d’un secolo sulla sua
tabella di marcia,
ma senza ritardo.

Piombava la pioggia sulle finestre.

E ora lì sta Spleen – o non lui –
Più irrequieto di prima,
ora che il passante si ferma,
che la porta sempre aperta resta
ad aspettare o a non aspettare,
che s’è accomodato il passante
a scrostare la ruggine dai chiodi,
e che sputa ancora la pioggia.

Ma Spleen non ha più di che lamentarsi.


(Simone Risoli, 4 febbraio ’15)

mercoledì 7 gennaio 2015

Je suis Charlie

E io rifletto, senza essere lente convessa
o lasciar scivolare scintilla
dalla bocca degli occhi.

E avanza il mondo, maturo o guasto,
e uguale passa la mia - la tua -
sera, quasi senza sospiro o rumore,
senza fremito di foglia,
senza che solchi impronte la Storia
(che, pure, passa).
E il tempo? E il mondo?
Dove sono, distratti loro, distratto io,
stasera?
E il tuono che scuote, spacca,
sconquassa e che spezza?
Normale passa
fra pensieri lisci e questioni di piuma
- il giorno trascorso, la passeggiata,
le leggere carte, il sollievo annoiato
delle stelle; il capriccio, la gioia
puerili
i dispiaceri d'amore.
Ma che fa l'infinito immenso?
E io che sono?

Parla, silenzio:
il cancro ti ha sfondato le tempie

(Simone Risoli, 7 gennaio 2015)

sabato 18 ottobre 2014

Alle tue lenti

"Il poeta è fingitore"
"Ogni volta che parla[...] è una truffa"

A camminare fin qui si sarebbe stancato
il luccichio dei tuoi occhi
e, avvicinandomi, allora, non avrei
perdonato
di saccheggiarne tanto nei miei.

E non avrei sentito, avvicinandomi,
(nel mondo del non-essere)
te liberarmi la fronte dal peso di una ciglia
sul ciglio della strada che accompagna,
come lumaca, il tempo sul cemento.

Vero è che nei miei occhi avrei voluto
prolungato l’attimo
che si consumava nei tuoi,
e andare oltre ed entrare
nella parte tua più interna,
fino a sentirti la carne nelle ossa,
ma,
senza ragione,
nulla del mondo,
del giorno,
di quel che è stato o
non è stato di quest'ora
avrei voluto diverso
da com'era riflesso nel fondo delle tue lenti.

Anche adesso che scende la notte
e sembra pece per occhi normali,
il giorno trionfa
e riluccica la sera:

è la sepoltura di Thanatos.


(Simone Risoli, 18 ottobre 2014)

giovedì 31 ottobre 2013

Enjambement


Ricordi le pietre su letto di ghiaia
del fiume dormire coi piccoli al seguito
figli senza sole e luna d'un'immagine
distorta del cielo
e dell'amore e del tepore e del fetore
e del colore solo
una pellicola davanti agli occhi-
non occhi...?

Vorrei non esistesse un tempo
per aggrovigliarsi,
uno per slegarsi,
che il tempo non fosse una sequenza
amorfa di attimi.
Io sento il tempo per nascere
e il tempo della narcosi.

Io sono
anestetizzato,
scagliato
contro
la calotta
concava
della sera.
E penso.

Penso al rimeggiare gentile
sopra il sospirare sottile
dell'eterno mese prima d'aprile:
i tuberi, le radici secche,
la cantilena stagionale
aspettare:
pomice galleggiare
e non capire
e continuare

Simone Risoli
(31 ottobre 2013)


venerdì 30 agosto 2013

Perifrasi


E lei disse:
 - Non mi interessa il nome che daremo
al figlio che non nascerà,
il ticchettìo del tempo che sarà trascorso,
il terrore che tutto scivoli
come ghiaia dai pugni;
il volto del passante senza volto
che vorrà fermarsi;
non importa che martello batterà
il giudice che sta a Berlino,
o dove voleranno rondini dalle ali tarpate,
dove quella sinfonia pitagorica
di note inesistenti.

Scriverò lettere senza destinatario.


(Simone Risoli, febbraio 2013)

domenica 17 marzo 2013

La notte del Santo bevitore

I fumi assottigliano in vicoli
i fiumi di strade incatramate.
Il tuo ricordo lucido di ieri,
occhi colore di uva morbida
quasi-bionda, col raspo tenero
e la pelle liscia e trasparente,
scivola fra ottobre e questo
così lontano e spento 
giorno di marzo.

Arrabattare parole per incontrare 
i lampioni in lutto in abito scuro;
e poi dittonghi e respiri smorzati 
non restano - la falce che il cielo
miete in grandi spiazzi
irrespirabili e vertiginosi
in un senso di mosto
- ché il dolce, si sa,
ha un forte attrito contro le gengive
cariate dai baccanali
e spacca e amputa il sonno e la fame
e il giorno cade come un accidente
che scivola dal piano inclinato
d'una notte ubriaca

(Simone Risoli)

domenica 17 febbraio 2013

Le ceneri di Mercoledì

                                                            Avvertenza:
                            Credevo fosse
                                           captatio benevolentiae
                                           offrire ai lettori le polveri
                                       in rima sparsa           
                              di un'urna rigida

Odore di mosto e zolfo dai vertici
delle strade; brumaio chiama
la nebbia volatile
arenata al mezzo, nel mare (aperto)

   Wednesday senza compagna
richiama il tordo, la ruota,
il cerchio al primo raggio,
con infallibile calcolo.
   Un uomo incappucciato di passaggio
aspetta,
le pupille fradice di euforia
e corrose    dalle particelle
di testa di fiammifero.

E quel che ondivago emigra
   dalle ciminiere,
il gas bruciato, la terra fitta,
   gli infinitesimali massi,
sospeso fra il piombo e il richiamo
della cena e del pranzo,
nel pomeriggio quasi-buio e ancora-luce,
   si ferma e fugge

(Simone Risoli)

lunedì 31 dicembre 2012

Spleen e il quotidiano

Entrare e uscire da uno stesso luogo
e non trovarsi mai all'esterno.
Spleen aveva lo sguardo pieno
del fascino gentile
di ogni ora del giorno,
pestava col bastone i lampi
di luce che filtravano le finestre.
Prigioni di sbarre di gocce di pioggia
gli inumidivano il collo
d'animale, croste di molluschi secchi,
prigione di un barbaglio di vita
che voleva uscire.

Uscire e entrare in uno stesso luogo
e non trovarsi mai all'interno.
La sposa e lo sposo di Spleen
non hanno due anime divise.
Sembra semplice sfondare
quel semi-aperto varco:
Amico, non vuoi dissipare la coltre
di fumo?
Immobile resti. Io resto
ad un passo dal tuo filo di lama:
ho un'anima di granelli di sabbia
che s'accartoccia ai colpi di vento.

Derevaun seraun
Spleen si accaniva
contro esili figure morbide.
Ora aspetta alla soglia aspettando
innumeri sguardi da affondare
nelle cavità
ai lati delle narici
e detta all'orecchio di poeti l'eco
di quel che gli pare essere il mondo.

(Simone Risoli, 31 dicembre 2012)


sabato 22 dicembre 2012

Spleen e il reale


E io adesso non so a che pensare
se non che questo silenzio ricopre
di un suono confuso i minuti eterni
trascorsi a vedere il riflesso
di una terra lontana svanire e apparire
in quattro mura assenti,
la nostra città consueta coperta di ghiaccio
che sembrava una lastra di Siberia
traslata a questa latitudine ordinaria,
di ordinari freddi inverni
e ordinarie estati aride.
Ride dove prima pensava,
non sente l'amaro e l'acido,
non crede alle nuvole alte
di neve e lana leggera
l'attesa di questi giorni.

Morire non rientra nell'ordine
della natura e penso,
con l'istinto di vivere
piantato fra le pupille e il mondo,
che è meglio lasciare il pensiero posarsi,
quando stanco riposa,
che costringerlo
alla pesantezza di sempre.

(Simone Risoli, 21 dicembre 2012)

sabato 17 novembre 2012

Dedica


A Laerte, 
padre degli uomini
che cercano fra le pagine
mucchi di terra …

(Simone Risoli, 2012)


lunedì 24 settembre 2012

Mangiatori di patate

(I mangiatori di patate, ovvero dall'estetica della povertà al desiderio di solidarietà; Caffè di notte, ovvero la distanza dagli uomini percepita da chi predica la vicinanza).

I

Il tempo non vuole sentire,
il tempo è coperto di seta sfibrata
che nasconde gli squarci.

Che belli quegli zigomi orrendi,
la pelle di patate estirpate ai campi!
Mangiando le scorze, non resta che scorza
per pelle rappresa,
come un'ostrica spoglia
ad asciugare su uno scoglio.

Giunge per mare l'eco
e lo stesso verso di pennellate.
La donzelletta vien dalla rappresaglia
delle ore
e a stento la consola
la notte chiara e dolce e senza vento.


II 

La notte è tutta poesia
nella casa di fronte illuminata.
Carte ora frusciano, i campi ora sono
il blu della volta celeste
e sembra sentirsi un suono
campestre
e impazienti nitriti di consolazione.

Ma questo si ode nel silenzio oltre le finestre.
La nebbia dell'ultima notte prima del giorno
è impenetrabile da questo vetro d'argento,
i palazzi sono mosaici dipinti
nelle reti delle zanzariere
e sembra sentirsi stridere
il nitrato di altra consolazione.

(Simone Risoli, 2011/2012)

giovedì 12 luglio 2012

Epigrammi, XI


11
ai compagni Cortoniani
Forse ricordi le notti insonni,
il cieco idealismo,
i frantumi del mondo
riordinati uno a uno.
La sera, ricordo, scendeva nell’acqua la luce
e s’immergeva nella palafitta
di alberi il sole,
quando era scherzo o discorso da dotti
parlare di morte.

Quando abbiamo deciso di diventare altro da noi?
Non era annebbiato il futuro di logica immatura.
Non era una corsa sui vetri.

20 gennaio 2011

Simone Risoli, Epigrammi

giovedì 21 giugno 2012

Ballata per John Donne

John Donne, penso, era un altro così (…)
conosceva l’angoscia del midollo,
la terzana dello scheletro,
nessun contatto possibile alla carne
gli placava la febbre delle ossa... 
(T.S. Eliot)
Proprio non sentiva il ritmo di terzana
traversargli il corpo freddo raggelato
e Dio battergli il petto concavo e vuoto,
ma il mite Mediterraneo strappargli
un ettaro di pelle a ogni secolo
di storia passata con gli uomini
e, quando un guscio vuoto volle
a contenergli il vuoto guscio,
non gli restava scheletro per le larve.

Non sentiva proprio il ritmo di ballata,
ma le campane a festa,
funebre fanfara festosa,
la sposa eterna dell'Amore
e non il canto degli amanti traditori
sbeffeggiare, né Dio battergli il petto
o violentargli l'anima di assilli,
né i cerchi disegnati sulla carta
perché glieli strappava l'onda.

E la dimora che restava,
palafitta sull'Atlantico.
Diventava muta la campana. Ora ancora
suona per le isole sperdute in alto mare,
per gli sfiniti sensi e i bulbi degli occhi
appassiti a superare l'orizzonte.
Si ama anche (epigrafava) col carbonio
delle ossa – ed è così che voglio amare,
uomo, donna, terra, umanità, disumanità...

Disumanità, soprattutto.

(Simone Risoli, giugno 2012)


Alcuni testi di J.Donne: Song (Go And Catch A Falling Star), No man is an island, A Valediction: Forbidding Mourning, Batter my heart.
La poesia di Eliot è Sussurri di immortalità.

sabato 2 giugno 2012

Fedro



Sai che, non fosse polvere e tempesta,
avrebbe la durezza del diamante 
lo stesso sangue che ci corre l'anima;
sai che, non fosse neve a livellare
la terra, sarebbe la forza
delle nostre gracili giovinezze.
Sulla collina di Spoon River un corpo
disperso cercava l'anima a un falco
e le cercava un fremito fraterno.


Fedro, fedele fremito fraterno 
fra le fronde del niente,
speravo qualche anno di tubercolosi
spartiti tra te e me;
ma io che ho dato per ricevere il possesso 
di quel che non possiedo?
Non ti avrei chiesto mai la mano
perché mi avresti impedito
di perforare la tua consuetudine.

E allora imparavo a leggere
il linguaggio dell'Universo
in parole sussurrate.
Forse è questa la mia follia,
ma anch'io cerco sulla collina di Spoon River.

(Simone Risoli, 26 agosto '11 - 24 aprile '12)

mercoledì 30 maggio 2012

Ode all'uomo


Uomo, le spalle al cielo,
gli occhi alla terra, libertà negata,
qual è la tua natura?
Piangere la morte, amare la vita
e sconfessarti in vita,
o non tradire il vero
e non sposare il vizio?
Un groviglio di parole disperse;
un angelo caduto,
o un animale amato in cielo, forse.


          E io sono un paradosso
            un poeta senza verso
che fugge il tempo solo per cercarlo


(Simone Risoli, 20-3-2010)

venerdì 11 maggio 2012

Ti libero la fronte

Mi perdoni il Poeta
se raccolgo la sua traccia madreperlacea

Ti libero la fronte dai pensieri -
sei forse il solo animale vivente
a cui nuocerebbe l'oltre-pensare.

Ho sceso dandoti litri di bile
a ogni tuo disappunto
un milione di scale.

Ti lascio i tuoi cristalli
e ti aiuto a raccoglierne i riflessi
pesanti sulle pieghe della sera.

Se io sentissi queste voci venire
anche dal fondo delle tue quisquilie,
saresti tre quarti di atomi
ignei che mi sfavillano nell'anima.

Ma sento solo silenzio suonare,
a scorno di chi crede
che la realtà è migliore
di quella che si vede.

maggio 2012

(Simone Risoli)

giovedì 3 maggio 2012

Manifesto per una nuova consapevolezza poetica


Non chiedermi la chiacchiera chiassosa
che tace al fondo quando la si interroga
o ricomponga i ruderi del mare.

Non chiedermi di trebbiare la crosta
della terra con formula squadrata
o con ordinanza di tribunale

e non chiedere se l'anima attende
ancora ferma fra il nervo spinale
e la ghiandola pineale: domandalo

ad altri, se cerchi risposta facile.
Non sono uno scienziato di parole
che smerci a basso prezzo soluzioni.

Tu ed io saremo entrambi più poeti
se chiederemo ragione agli istanti
anche senza pretendere risposta

e scriveremo il nostro manifesto
a colpi di martello e di sapere
di non-sapere, giorno dopo giorno.

Ed essere poeti è avere il sapore
dolce-amaro di ogni angolo del mondo.

(Simone Risoli)

venerdì 6 aprile 2012

Al maestro filosofo

In realtà, quotidianamente temo l'apparir del vero.
Quando svincolo l'uomo dalla Necessità e dal Fato,
lo sto condannando alla possibilità.
Non corre giorno in cui non pensi
al mondo e in nessun giorno il mondo
non cozza con quel che penso,
violentemente.

In realtà, il mio idealismo è la terapia
per affrontare il mondo
senza ripudiarlo,
ma esiste un fremito folle
in quel che scrivo e spesso
rileggo con diffidenza.

In realtà, il mio idealismo è la malattia,
è la cecità improvvisa
che non si spiega,
che non si aspetta,
che non si accoglie,
ma si constata.

E allora
«state contenti, umana gente, al quia…»
            No! No! No! It was impossible.

Ho ruminato tanto la Morte
(sogni di morte,
ricordi di morte,
versi, pensieri, esperienze, ossessioni
di morte)
da trasformarla in parola fumosa.

Ho umanizzato la morte.
Le ho assegnato nomi terreni:
“colpa”, “errore”
“rinuncia”, “rimorso”,
“confusione”, “nostalgia”, “rancore”,
“noia”, “inadeguatezza”, “passato”,
e spesso me ne sono innamorato.
Il nome più cupo è “fallimento”:
ha il mantello dello sconosciuto
che si può incontrare.

Per questo, quotidianamente anticipo
l'apparir del vero
e vivo in contrasto (e non so se esserne fiero
o indifferente):
mi tormenta quel che non ho fatto,
mi tortura vivere
se vivere è estirpare bivi ai rami,
se è accusarsi e assolversi.

Ora è come lampadina
su fondo di pece
capire
che il mio idealismo è
l'accartocciarsi del mio pessimismo,
come un istinto di sopravvivenza
o un'estetica della sofferenza.

In realtà, anche mentre scrivo non so
se la mia mano è mossa da una spinta
momentanea che non controllo:
e rinnego di essere l'autore di me stesso,
perché la mia grammatica umana
è insufficiente
ad evitarmi errori.
                                                         a S.F.
(Simone Risoli)