giovedì 25 settembre 2014

Analisi di un conflitto

Forse è ciò che ci infiamma, forse ciò che ci tormenta. Certamente è ciò che ci accomuna.
Esiste in alcuni animali l’esigenza naturale di appartenere a un gruppo. Non c’è molto da obiettare in proposito, è un dato di fatto dell’evoluzione della specie. È empiricamente facile notare che molti animali vivono in branchi, colonie, “associazioni” essenziali per la loro sopravvivenza; diverso, però, è il fenomeno che caratterizza le specie animali più evolute, i mammiferi in particolare, che non solo si organizzano in gruppi, ma avvertono il bisogno di appartenervi.
Non è chiaro se in questi casi l’evoluzione abbia selezionato “l’adattamento migliore”, ovvero non è chiaro se questo desiderio di appartenenza che spesso impone di omologarsi a schemi naturali e aderire a concetti, credenze, stili di vita predeterminati dal gruppo per rispondere all’esigenza biologica di sentirsene parte giovi ai singoli. Ma qui interviene l’evoluzione culturale che non si accontenta del dato di fatto e che prova a discuterlo o spesso (come la colomba di Kant) a trascurarlo.
Dimostrazione che questa tendenza naturale esiste, ed esiste in ogni membro della specie – e della specie umana –, indipendentemente dalla sua volontà, è il conflitto che noi viviamo tra questo necessario nostro carattere ereditato dalla natura e l’altro – forse anch’esso largamente “biologico”: in sintesi, il conflitto fra il bisogno naturale di appartenere e quello individuale di astrarsi, distinguersi dal gruppo. In parte non accettiamo la rassegnazione e l’omologazione davanti alla realtà e ci piace pensare al titanismo eroico di Prometeo che, condannato sul Caucaso alla inevitabile sorte assegnatagli dagli dèi, tenta di strappare le catene che lo legano, a costo di strapparsi la carne dalle ossa; e pensiamo a lui come a un eroe debole che non accetta di aderire per forza a valori predeterminati, e riteniamo questo un valore!
Ma avvertiamo una duplice spinta.
Non vivremmo questo contrasto se fosse eliminabile a un cenno del capo.
D’altra parte, se lo viviamo, noi,  in misura maggiore, a volte anche nella malcelata forma della “disposizione degli intellettuali” a volerne sapere di più delle cose, esiste una ragione. C’è chi si astrae dagli altri reprimendo questo bisogno naturale di appartenere, ma credo che la scelta più ragionevole sia altra. Credo che sia segno di maturità arrivare a una certa visione della realtà, riconoscere la propria natura “comune” e affrontarla con l’altro bisogno connaturato di differenziarsi ed emergere in quanto individui, in quanto diversi e – perché no, è ipocrita negarlo – in quanto ci si pensa capaci e meritevoli di dare un contributo migliore. Ma qui s’innesta il conflitto dell’eterno ritorno di quella componente “animale” di voler fare gruppo e che a noi non basta affrontare con lo snobismo degli eletti che si ritirano nelle loro torri di avorio. È questo equilibrio precario che certi affrontano trascurando uno dei due aspetti a favore dell’altro, col risultato disastroso di un estrema omologazione senza critica o di uno sfrenato individualismo. Perché da una parte sta la negazione del nostro sentirsi diversi rispetto agli altri e dall’altra il disprezzo e la strumentalizzazione del prossimo. Diversamente, allorché sento il bisogno di allontanarmi in quanto individuo, non posso trascurare il richiamo del mio gruppo che si chiama “razza umana”.

Questo mio, nostro conflitto consiste in tutto. Allontanarci dal gruppo ci costa sofferenza, perché allontanarsi è antievolutivo. Ma noi vogliamo riservarci questo sacrosanto diritto: quello del riconoscere le proprie capacità distintive, di criticare gli schemi predefiniti. E allo stesso tempo, però, vogliamo sempre e comunque avere a mente il sacrosanto diritto dei “fratelli animali” a un’indefettibile dignità, senza trattarli con sufficienza. Ovviamente questa è solo una soluzione; una soluzione compromettente e faticosa che non risolve ma crea. Ma mi è impossibile rinunciare a questo conflitto dell’essere animali sociali che guardano oltre il gregge.

Simone Risoli


Ai ventisei Lettori...

Gentili ventisei Lettori,

vi ringrazio per essere cresciuti di numero rispetto ai sospirati venticinque dei primi tempi.
Dopo una certa assenza ecco che riprende in modo meno sporadico la pubblicazione!
In questi giorni inizia anche un nuovo progetto di pubblicazione parallela su un altro blog col mio compagno di discussioni Leonardo. Chi di voi sia interessato potrà seguirci su animalisociali.tumblr.com.
Il progetto nasce dopo una lunga riflessione, ci dedicheremo quindi gran parte delle nostre energie, occupandoci soprattutto di attualità politica e osservazioni critiche. Molti articoli saranno ripubblicati o richiamati qui. In ogni caso, non poniamo limiti né frontiere.
Vi anticipo il mio post di apertura e vi aspetto ogniqualvolta lo vogliate qui.

Buona giornata a tutti!

Simone Risoli


domenica 21 settembre 2014

Disattenzioni

Stamattina mi sono comportato male nel cosmo.
Ne sono quasi certo, sicuro. Avrei potuto indubbiamente fare molto più di quel che non ho fatto e omettere molte lunghe inutili pause; avrei potuto – facciamo l’esempio – anche essere più felice, se non addirittura contribuire a rendere felice qualcun altro. Ma non ho fatto nulla di tutto questo. E, anzi, non mi sono nemmeno soffermato un momento a chiedermi cosa di uguale o di diverso avrei potuto fare.
Ho scorso col dito la pagina.
Oggi, per esempio – ma anche per l’intero anno in cui sono mancato da questo “luogo” – ho passato tutto il giorno senza stupirmi.
Eppure è così strano, ripensandoci. Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti, perfino nell’ambito ristretto di un batter d’occhio. Su un tavolo più giovane, una mano più giovane a tagliare il pane di ieri diversamente; le nuvole come non mai, la pioggia come non mai: dopotutto cadevano gocce diverse da sempre.
Eppure avevo scordato, stamattina, le parole di Russell? Quelle parole sulla felicità, sulla felicità aperta e disponibile, a cui non pone limiti la ragione. La felicità che ristagna e si perde nella tomba del “nulla di nuovo sotto il sole”. La rigida, fredda convinzione che nulla esiste di più razionale del flusso uguale, se non peggiore, del tempo; il romanticismo titanico di abbandonarsi all’eroica e gloriosa rassegnazione.
Eppure – dall’altro lato – ho ricordato che la soluzione esisteva: esisteva un’alternativa. All’infelicità; l’alternativa alla rassegnazione.
E a chi importa se, invece, metà di una parte del mondo (il quaranta-virgola-qualcosa percento per l’esattezza – non troppo esatta, in verità) avrebbe pensato che il “rassegnato” sarei io, rassegnato ad arcaici schemi di umanità? Stamattina mi sono comportato male nel cosmo, senza stupirmi di niente! Stamattina mi son svegliato, inspirazione, espirazione, ma non mi sono meravigliato. Non ho usato il piede sbagliato per poggiarmi a terra. Stamattina non mi sono lasciato infiammare da una nuova scintilla quel nero di petrolio che sentivo nello stomaco. Stamattina – e durante tutta la mia assenza – non mi sono indignato come ieri per l’articolo 18, per le giustificazioni infondate usate per sottrarre diritti vitali ai lavoratori, per gli attacchi alla dignità delle persone sostenuti senza il ritegno di accampare un qualche argomento; non mi sono indignato abbastanza per chi ritiene lo stipendio da operaio di mio padre e il suo diritto di essere tutelato dallo Statuto dei Lavoratori le cause della mia disoccupazione; forse non mi sono indignato nel giusto modo per chi ritiene il suo miraggio della pensione un privilegio, la causa di una crisi economica.

Ma, dopo tutto, penso di essermi risvegliato. Grazie a Russell – perché forse si tratta di eterogenesi dei fini per quanto lo riguarda, ma senza un giusto equilibrio col desiderio di giustizia non avrei ritrovato un po’ di felicità, e senza il metodo di lui non avrei ripreso a cercarla – e a Wislawa Szymborska. 
C’è bisogno di risvegliarsi a tarda sera a volte. C’è bisogno di passare il sabato sera in casa, a leggere strane cose mentre le nuvole, fuori, piovono uguali, perché «Il savoir-vivre cosmico, benché taccia sul nostro conto, tuttavia esige qualcosa da noi: un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal e una partecipazione stupita a questo gioco con regole ignote».

giovedì 31 ottobre 2013

Enjambement


Ricordi le pietre su letto di ghiaia
del fiume dormire coi piccoli al seguito
figli senza sole e luna d'un'immagine
distorta del cielo
e dell'amore e del tepore e del fetore
e del colore solo
una pellicola davanti agli occhi-
non occhi...?

Vorrei non esistesse un tempo
per aggrovigliarsi,
uno per slegarsi,
che il tempo non fosse una sequenza
amorfa di attimi.
Io sento il tempo per nascere
e il tempo della narcosi.

Io sono
anestetizzato,
scagliato
contro
la calotta
concava
della sera.
E penso.

Penso al rimeggiare gentile
sopra il sospirare sottile
dell'eterno mese prima d'aprile:
i tuberi, le radici secche,
la cantilena stagionale
aspettare:
pomice galleggiare
e non capire
e continuare

Simone Risoli
(31 ottobre 2013)


giovedì 24 ottobre 2013

Spoon River: la vera e la finta corruzione (II)

(Ripubblicazione dell'articolo di agosto 2012)


Hod Putt

Mr. Putt osserva con noncuranza il vecchio capitalista Piersol, losco uomo d'affari, industriale arricchitosi con la frode e sfruttando a proprio vantaggio le leggi che gli amici potenti gli hanno approvato per salvarlo dal fallimento. Ma al mancato fallimento finanziario del'uomo, l'indifferenza di Putt si trasforma in indignazione e l'indignazione in disperazione, al punto che lui, uomo onesto e buon padre di famiglia, per fame, rapina un passante indifeso e, senza volerlo, lo uccide. Allo scandalo d'un uomo che uccide un altro uomo, Spoon River non può che reagire con la forza della Giustizia e della pena capitale. Davanti alla morte, però, il fallimento supremo, né il ricco parassita né il disperato sfuggono.


Qui giaccio, accanto alla tomba
del vecchio Bill Piersol,
che si arricchì trafficando con gli Indiani e che
poi, con la legge sul fallimento,
si arricchì più di prima.
Io m'ero stancato di fatica e miseria,
e vedendo come il vecchio Bill e gli altri prosperavano nel benessere,
una notte rapinai un passante dalle pari di Proctor's Grove,
 ma senza volerlo lo uccisi,
perciò fui processato e impiccato.
Fu il mio modo di fare fallimento.
Ora, noi che siamo falliti ciascuno a modo suo
riposiamo in pace fianco a fianco.


Ralph Rhodes

Il giovane Ralph Rhodes deve la sua fortuna agli imbrogli, ai prestiti bancari ricevuti con l'inganno, alla bancarotta del padre, ai raggiri e ai finanziamenti illeciti, alla truffa. E dopo aver frodato Spoon River, fatto fallire il padre, gestito i suoi affari in maniera occulta, fatto incarcerare il suo cassiere fantoccio per i reati che egli aveva commesso, dopo essersi lasciato ammaliare al fascino del denaro, Rhodes non resiste a quello delle donne e del vino, fino al disgusto. La sua consideratezza non riguarda la morale personale, ma è il suo modo di sbeffeggiare la vita e la società. 
Fino al disgusto, appunto, perché avvicinandosi la morte, quando anzi la morte lo richiama quasi fatalmente a Spoon River, Rhodes non è pentito, né insoddisfatto, ma sente per la prima volta di essere ingannato: ingannato dal suo cuore che si ferma.


Tutto quel che dicevano era vero:
feci fallire la banca di mio padre coi prestiti ottenuti
per speculare sul grano a tempo perso; ma questa è la verità:
compravo grano anche per lui
che non poteva figurare nell'affare
per via dei suoi rapporti con la chiesa.
E mentre George Reece, il cassiere, scontava la pena,
io inseguii il fuoco fatuo delle donne
e l'inganno del vino a New York.
E' fatale disgustarsi del vino e delle donne
quando non hai nient'altro nella vita.
Ma immaginate la vostra testa grigia, e china
su un tavolo cosparso di mozziconi acri
di sigarette e bicchieri vuoti,
e si sente un colpo, e voi sapete che è il colpo
così a lungo soffocato dallo scoppio dei tappi
e dalle strida fatue delle donnine-
voi alzate lo sguardo, ed ecco la vostra ladra,
lei che ha atteso che aveste la testa grigia
e il cuore perdesse colpi per dirvi:
il gioco è finito. Sono venuta a prenderti.
Vai sulla Broadway e fatti investire,
ti rispediranno a Spoon River.


Il direttore Whedon


Whedon, direttore, non ha nome. Dal retroscena del suo quotidiano Whedon spadroneggia sulla Città dei vivi. Lui è il gigante, il profeta; le passioni umane la sua materia bruta da deformare e usare per rovinare Spoon River, nel proprio superiore interesse: lui è il gigante. Minare la civiltà come un ossesso del potere, un ragazzo che fa deragliare un treno per il gusto di provare la propria onnipotenza; tutto gli è dovuto. Tutto meno un posto dignitoso in cui riposare, perché il cumulo delle sue ossa è gettato nel punto più penoso del cimitero, vicino al fetore di fogna che si alza dal fiume, il suo luogo naturale.


Saper vedere ogni aspetto d'ogni problema,
dar ragione a tutti, essere tutto, non essere nulla a lungo;
deformare la verità, strumentalizzarla,
sfruttare i grandi sentimenti e le passioni della famiglia umana
per bassi scopi, per fini astuti,
indossare una maschera come gli attori greci -
il tuo quotidiano di otto pagine dietro cui ti nascondi,
strillando nel megafono dei caratteri cubitali:
"Sono io il gigante".
E quindi vivere anche la vita di un ladruncolo,
avvelenato dalle parole anonime
di un' amica segreta.
Per danaro insabbiare uno scandalo
o divulgarlo ai quattro venti per vendetta,
o per vendere il giornale,
distruggendo reputazioni o corpi, se necessario,
vincere a ogni costo, salvo la vita.
Gloriarsi di un potere demoniaco, minare la civiltà,
come un ragazzo paranoico mette un tronco sulle rotaie
e fa deragliare il rapido.
Essere un direttore, com'ero io.
Poi giacere qui accanto al fiume sopra il punto
dove scorre la fogna del villaggio,
e scaricano barattoli vuoti e immondizie,
e nascondono gli aborti.

mercoledì 23 ottobre 2013

C'era una volta lo Statuto Albertino. Il 138 e l'assedio alla Costituzione


C'era una volta lo Statuto Albertino del 1848.
Vennero, poi, il Fascismo, le leggi razziali, la guerra mondiale e quella civile: ma venne il tempo della Costituzione del 1948 e delle riforme, sorte dal sangue e dall'impeto di liberazione della Resistenza... fino a che, il Senato, oggi, ha approvato, silenziosamente, il disegno di legge di modifica dell'art. 138 della Costituzione, permettendo alla commissione dei c.d. "Saggi" di cambiare la seconda parte della Carta con estrema facilità.
Nello Statuto non si rinveniva una norma analoga all'art. 138; non era scritto da nessuna parte, insomma, che per modificare lo Statuto stesso fossero necessari procedure complesse, tempi determinati, doppio passaggio alla Camera e al Senato, un'eventuale approvazione “popolare” tramite referendum.
Con riferimento al periodo storico della sua genesi, non si trattava di una “cattiva” costituzione. Garantiva alcuni diritti fondamentali (per lo più di libertà e legati alla proprietà privata), assicurava lo Stato di diritto, limitando l'ingerenza dei poteri pubblici nelle libertà individuali; e lo faceva in tono solenne. Ma presentava due limiti insuperabili: una Costituzione concessa con atto di liberalità dal Sovrano, che con essa intendeva autolimitare un potere proprio e naturale, è pur sempre calata dall'alto motu misericordiae, revocabile in ogni momento; ma, soprattutto, lo Statuto era nelle mani del Parlamento, il quale poteva disporne arbitrariamente. La Legge permette, la legge vieta; la Legge concede diritti, la Legge li nega. In altre parole, lo Statuto Albertino era una costituzione fragile e flessibile, un gigante dai piedi d'argilla.
E, così, la maggioranza parlamentare che avesse voluto comprimere i diritti civili e politici di una certa minoranza, avrebbe potuto agire impunemente; il Parlamento che avesse voluto approvare leggi liberticide e “fascistissime”, che avesse voluto costituzionalizzare un'organizzazione fortemente gerarchizzata e anti-egualitaria dello Stato, avrebbe trovato la strada spianata. Chi avrebbe custodito i custodi? E, d'altra parte, che senso avrebbe avuto porsi il problema dei limiti del legislatore? In fondo, il legislatore era il fautore della legge e, cioè, il fautore del diritto e dei diritti. Nulla di anomalo se il legislatore avesse ordinato la deportazione e il confino per Ebrei, omosessuali e dissidenti: chi fabbrica il gioco, ne decide le regole e a tali regole bisogna attenersi.
Nello Statuto non si rinveniva alcuna norma analoga all'art. 138, nessun limite nelle forme e nei modi a cui si sarebbe dovuto attenere il Parlamento per modificare la Legge fondamentale.
L'esperienza di due conflitti mondiali e dei totalitarismi ha suggerito che un tale sviamento del diritto è inaccettabile. Le costituzioni liberali, le c.d. Costituzioni “flessibili”, si sono rivelate fallimentari.
I Costituenti del '48 avevano vissuto la frode del Fascismo che proprio per via parlamentare aveva, in piena regola, introdotto la censura, e che “democraticamente” si era voluto legittimare ottenendo consensi, previa l'eliminazione, per via legale (e non solo), degli oppositori. Le leggi razziali erano leggi.
La Costituzione Italiana del '48, come tutte le moderne costituzioni “rigide”, ha abbandonato il paradigma della assoluta disponibilità degli individui da parte dello Stato, anche (e soprattutto) attraverso l'azione all'interno delle regole del gioco, ovvero la possibilità che ai più alti livelli del potere (chi approva le leggi) siano tangibili alcuni «valori».
Per ottenere questo risultato le costituzioni moderne in quanto rigide si avvalgono, in genere, di due meccanismi: 1) riconoscere alle Costituzioni stesse un rango superiore alla legge ordinaria, cosicché ogni legge in contrasto con esse è illegittima (e dunque nulla); 2) prevedere dei procedimenti “aggravati” per la revisione costituzionale, ovvero procedure complesse e delicate di modifica, cosicché i principi costituzionali non siano alterati con semplicità.
I due punti sono strettamente connessi. Infatti, se fosse consentito al legislatore di modificare con legge ordinaria la Costituzione, essa non potrebbe imporsi sulla legge stessa al punto da determinarne l'illegittimità, ma ne sarebbe semplicemente superata. A chiusura del sistema costituzionale moderno, tutte le costituzioni rigide contemplano una forma di controllo o sindacato sulla legittimità, ovvero sulla conformità delle leggi al loro contenuto prescrittivo; funzione che la Costituzione del '48 attribuisce alla Corte Costituzionale.
L'art. 138 della Costituzione italiana introduce proprio quel limite procedurale alla revisione: un criterio che non è assoluto, unico e immodificabile, ma che deve garantire che qualunque maggioranza contingente non stravolga i principi costituzionali, avendone il potere. Se così fosse, si regredirebbe allo Statuto Albertino.
È evidente infatti che, facendo venir meno uno di questi pilastri, il sistema costituzionale precipita. E con esso la serie di contenuti, diritti inalienabili, garanzie che riconosce. Perché, di per sé, non è innovativa la solennità con cui il diritto alla libertà di pensiero o alla libertà personale o di riunione sono sanciti dalla Costituzione; se essi sono arbitrariamente e senza limiti soggetti alla volontà del Parlamento, restano insignificante lettera morta.
Ora, le regole procedurali non sono formalismi, ma assolvono proprio a quella funzione di garanzia, protezione, invito alla riflessione su materie delicate. Senza l'art. 138 l'enunciato “Tizio non può subire alcun esproprio ingiustificato” equivale in tutto all'affermazione “Oggi mi sono svegliato felice”: incerta, inefficace, vuota.
E se il Senato, attraverso la regola sulle modifiche della Costituzione, modifica la regola per la revisione costituzionale? Al di là del vizio logico della regola che consente di modificare se stessa (quello che accadeva con lo Statuto, ma che i Costituenti del '48 hanno voluto evitare lasciando l'ultima parola alla Consulta), la questione è di estrema concretezza. Se l'attuale legislatura, in maniera legittima, cioè conformemente alla procedura, modifica la regola che fissa proprio quella procedura, questo non è necessariamente un male in re ipsa. Perché, ad es., la regola potrebbe essere modificata nel senso di essere resa più rigida, prevedendo maggioranze più ampie (attualmente è richiesta la maggioranza dei due terzi o la maggioranza assoluta con eventuale referendum confermativo). Oppure potrebbe prevedere meccanismi alternativi di revisione, ad es. abbassando le maggioranze ma introducendo la consultazione referendaria necessaria; e così via. Ma è insufficiente l'affermazione che il 138 sarà solo parzialmente rivisto per consentire alcune riforme necessarie al Paese, perché la sua ratio è proprio precauzionale e modificarne il senso profondo significa aprire a un indebolimento delle garanzie costituzionali.
Tuttavia, se l'attuale legislatura (in particolare, il Senato) approva, come è avvenuto oggi, uno stravolgimento dell'art. 138 nel senso che una commissione di circa 40 parlamentari ha il potere di modificare la Costituzione, la rigidità della stessa viene meno. Ma, ancor più gravemente, con essa viene meno il sistema di garanzia dei diritti. Chi impedirà ai nostalgici dello Statuto Albertino di apportare modifiche significative e non propriamente democratiche alla Costituzione? In questo modo, si permette con assoluta facilità a una parte del Parlamento di disporre della Legge fondamentale.
Non intendo essere tacciato di “complottismo”, “retro-storicismo” o “grillismo”: intendo solo riportare una considerazione di fatto e non una tesi fanatica e acritica. Uno studente al primo anno di giurisprudenza sa che l'articolo 138 Cost. è l'architrave del costituzionalismo. Spetterà forse alla Corte Costituzionale sopperire per l'ennesima volta all'aberrazione del Parlamento?
A questo punto, è chiaro che formalmente l'art. 138 non è stato eliminato dalla nostra Costituzione, ma, se la modifica sarà approvata anche alla Camera dei Deputati (senza, peraltro, possibilità di ricorrere a referendum), la norma sarà sostanzialmente svuotata di significato, e la Costituzione e il suo seguito di libertà fondamentali fortemente compromesse.
Se questo rientri o meno nel disegno della grande maggioranza politica, è secondario; ma è politica la responsabilità dell'aver destabilizzato la Costituzione.


venerdì 30 agosto 2013

Perifrasi


E lei disse:
 - Non mi interessa il nome che daremo
al figlio che non nascerà,
il ticchettìo del tempo che sarà trascorso,
il terrore che tutto scivoli
come ghiaia dai pugni;
il volto del passante senza volto
che vorrà fermarsi;
non importa che martello batterà
il giudice che sta a Berlino,
o dove voleranno rondini dalle ali tarpate,
dove quella sinfonia pitagorica
di note inesistenti.

Scriverò lettere senza destinatario.


(Simone Risoli, febbraio 2013)

venerdì 5 luglio 2013

Nostalgia del presente

In quel preciso momento l'uomo si disse:
che cosa non darei per la gioia
di stare al tuo fianco in Islanda
sotto il gran giorno immobile
e condividere l'adesso
come si condivide la musica
o il sapore di un frutto.
In quel preciso momento
l'uomo stava accanto a lei in Islanda.

(J.L.Borges)

martedì 30 aprile 2013

April is the cruellest...

Aprile è forse davvero il più crudele.
Lo è, perché il senso di torpore e tepore si fondono tra la rima, l'assonanza e il perdersi in quella analoga sensazione di "medietà". Una specie di grigiore che non si presenta agli occhi, ma è, invece, come una sensazione tattile o mentale. Un'eterna via di mezzo, natura contesa fra inverno ed estate, secchezza e piogge, radici inaridite dal ghiaccio che iniziano a inaridirsi al caldo.
Eppoi esiste sempre una sospensione fra due poli - passato e avvenire -, fra contraddizioni, fra certezze.
Anche al di là del "poetico" che è lo specchio di uno stato interiore di malinconia, disagio, indecisione, perdita di assolutezza attraverso la stagione di passaggio, aprile è certamente il tempo della riflessione, il mezzo del cammino.
Lungi dall'essere questo magma di retorica una pretesa spiegazione universale dei fenomeni umani (a canzoni non si fan rivoluzioni!), aprile scende a compromessi o lascia intendere che la via di mezzo sia quella del compromesso. E non del giusto mezzo come virtù, perché non si spiega, ma il crogiolarsi al centro rivela una certa negatività, sia essa malinconia o senso di deterioramento.
La perdita di certezze (aprile è il correlativo oggettivo dell'anima opaca che non proietta ombre) è anche il disimpegno politico, abdicare alla propria funzione civile, sempre se una "società" sia mai esistita e non sia, invece, un termine in più per indicare la somma di individui slegati e indipendenti, anzi: una catena artificiale alle caviglie di individui slegati e indipendenti?
Insomma, tutto è oggettivamente deludente; la soluzione è prenderne atto.
E tutto questo è incontrovertibile. Ogni parola scelta conferma, rafforza, sostiene quest'idea.

E, di certo, allora, non interpreterò io la parte dell'ottimista ingenuo...
Ma nemmeno quella del pigro disfattista!
In fin dei conti, tutto quel che ho scritto sopra non vale niente, parola d'onore!


domenica 21 aprile 2013

Alle fronde dei salici


E come potevano noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

(S. Quasimodo)