Entrare e uscire da uno stesso luogo
e non trovarsi mai all'esterno.
Spleen aveva lo sguardo pieno
del fascino gentile
di ogni ora del giorno,
pestava col bastone i lampi
di luce che filtravano le finestre.
Prigioni di sbarre di gocce di pioggia
gli inumidivano il collo
d'animale, croste di molluschi secchi,
prigione di un barbaglio di vita
che voleva uscire.
Uscire e entrare in uno stesso luogo
e non trovarsi mai all'interno.
La sposa e lo sposo di Spleen
non hanno due anime divise.
Sembra semplice sfondare
quel semi-aperto varco:
Amico, non vuoi dissipare la coltre
di fumo?
Immobile resti. Io resto
ad un passo dal tuo filo di lama:
ho un'anima di granelli di sabbia
che s'accartoccia ai colpi di vento.
Derevaun seraun
Spleen si accaniva
contro esili figure morbide.
Ora aspetta alla soglia aspettando
innumeri sguardi da affondare
nelle cavità
ai lati delle narici
e detta all'orecchio di poeti l'eco
di quel che gli pare essere il mondo.
(Simone Risoli, 31 dicembre 2012)
"Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno"
lunedì 31 dicembre 2012
sabato 22 dicembre 2012
Spleen e il reale
E io adesso non so a che pensare
se non che questo silenzio ricopre
di un suono confuso i minuti eterni
trascorsi a vedere il riflesso
di una terra lontana svanire e apparire
in quattro mura assenti,
la nostra città consueta coperta di ghiaccio
che sembrava una lastra di Siberia
traslata a questa latitudine ordinaria,
di ordinari freddi inverni
e ordinarie estati aride.
Ride dove prima pensava,
non sente l'amaro e l'acido,
non crede alle nuvole alte
di neve e lana leggera
l'attesa di questi giorni.
Morire non rientra nell'ordine
della natura e penso,
con l'istinto di vivere
piantato fra le pupille e il mondo,
che è meglio lasciare il pensiero posarsi,
quando stanco riposa,
che costringerlo
alla pesantezza di sempre.
(Simone Risoli, 21 dicembre 2012)
lunedì 3 dicembre 2012
Il 3 dicembre del '39
Appassionato lettore,
mi rivolgo a te soprattutto per chiederti, delle diverse interpretazioni (da quella individualista a quella più critica) che a questo testo si possono attribuire, di scegliere quella che meglio permetta di confrontare il tempo passato al presente e cogliere, nel divenire, il senso di cambiamento.
Non intendo frapporre una mia visione pessimista o polemica, né suggerire un senso di catastrofismo o sterile qualunquismo, che pure è il fondamento ultimo, la morale parodiata dall'autore.
Colgo, invece, unicamente, la coincidenza di data per uno stimolo alla riflessione.
(da Folk beat n.1 , F. Guccini)
sabato 24 novembre 2012
E se fosse una questione «culturale»?
Ho letto negli ultimi giorni alcune
considerazioni sulle primarie del centro-sinistra, tra le maggiori esperienze democratiche interne ai partiti di questo Paese. In quelle –
talvolta – condivisibili opinioni non ho potuto non notare, però,
alcuni errori d'impostazione che precedono la questione «materiale»
dei risultati e dei vincitori. Per tali ragioni, vorrei che le mie
riflessioni fossero lette come la constatazione di un errore di fatto
che riguarda il ragionamento generale prima che l'interesse di
parte.
È davvero tanto certo che la soluzione
di «sinistra» italiana debba
essere una cura a base di «americanismo e fordismo» alla nuova
maniera?
La
questione è male impostata se non muove da questo presupposto. Che
la sinistra di riferimento debba essere «quella di Obama e non
quella di Rosy Bindi» suona come provocazione e ha il tono del
proclama elettorale.
E
tuttavia non si può negare – si obietterà – un fondo di verità
e buon senso. Il modello rooseveltiano, l'homo
novus americano,
la sinistra moderata che coniuga ceto medio e ceto disagiato, etica
del lavoro e del merito sono i punti di forza del riferimento
obamiano.
Fin
qui, nulla da aggiungere. Ma, invece, si dimentica di aggiungere due
affermazioni assiomatiche: 1) il modello americano si regge su
fondamenta culturali distanti enormemente dall'Italia; 2) la sinistra
europea non è la sinistra americana. Detto quanto detto, la
conclusione non è "giansenista", e cioè la rassegnazione a una
cultura politica "meritata" e immutabile; ma non bisogna
nemmeno agire senza cognizione di causa, inseguendo ciecamente un mito senza ricercarne le condizioni.
In
altre parole, occorre domandarsi: e se i rottamatori del
centro-sinistra aspirassero a un modello senza avere compreso le
basi che tale modello hanno permesso? Se il tutto (il paventato
successo americano, il fallimento italiano, le differenze fra i due sistemi politici) fosse una
questione di «cultura» e sulla cultura dovessero incidere i rinnovatori? (Chiaramente, incidere sulla cultura non è una missione di cui possano incaricarsi singoli personaggi).
È
chiaro che, affrontando il problema da questa – ahimè! –
corretta prospettiva, resta poco di sostanzioso oltre l'enfasi dei programmi di alcuni candidati. Perché, infatti, la questione non è quanto
sia giusto cambiare tutto perché non cambi niente,
ma comprendere l'origine patologica della degenerazione politica
italiana. E, mi spiace ripeterlo, l'origine è culturale.
Da
questo discende una e una sola conseguenza: se l'origine è
culturale, bisogna modificare la cultura. L'impresa americana di
Obama è sicuramente storica; dopo il New
Deal,
l'epoca obamiana rappresenta uno dei maggiori progressi politici e sociali degli USA; detto questo, l'esperienza storico-culturale
degli Stati Uniti è altro da quella italiana. Invocare il successo
americano non significa di
per sé assolvere
il popolo italiano, anche se l'esperienza americana è una linea guida.
Ne è lucido esempio la scorsa esperienza elettorale. Il Presidente e i Rappresentanti
degli Stati Uniti sono stati eletti con il meccanismo previsto dalla Costituzione del 1787: una “legge elettorale” in vigore da oltre due secoli, con qualche modifica successiva, ha regolato l'espressione del voto di milioni di individui, laddove, in
Italia, la successione frenetica di leggi elettorali ha prodotto un
sistema particolarista e, a tratti, indecifrabile (l'eufemismo è d'obbligo). Che cosa ha
permesso allo spirito civile americano si adattarsi ai tempi senza
mutare forma? La perfetta corrispondenza fra cultura civile, etica e
politica.
Con
questo non intendo elogiare senza misura l'esperienza – imperfetta
– d'oltreoceano, ma denunciare un errore logico di chi vuole
importare dall'altra sponda dell'Atlantico i risultati sensazionali,
senza riconoscerne le cause e i limiti.Per chiarire con una visione d'insieme, sarebbe opportuno porsi due domande (dalle risposte tendenzialmente divergenti): per quali ragioni il sistema politico e partitico statunitense riesce ad autoregolarsi piuttosto efficacemente? Perché il sistema di derivazione statunitense di autoregolamentazione dei mercati non è un modello efficiente ed equo? (Occorre distinguere i piani, occorre agire consapevolmente).
E
con ciò, si giunge al secondo punto. Non
un solo
candidato del centro-sinistra ha citato in questi giorni Obama; non
tutti i candidati del centro-sinistra sono “uguali”. Il discriminante è la consapevolezza della
citazione.
Chi
condivide lo spirito obamiano delle «conversazioni al caminetto» o la spinta americana (e non obamiana) del neo-liberismo (confondendo, inoltre,
liberismo e meritocrazia, liberismo e iniziativa personale),
fraintende il ruolo della sinistra europea. Chi ha ricordato Obama, a sinistra, elogiandone, invece, l'attenzione alla
economia sociale e ambientale, per la quale il Presidente è ancora accusato dai detrattori
di essere un socialist
(termine
spregiativo per molti suoi concittadini), ne ha compreso la reale
carica propulsiva. Un uomo di sinistra (italiano) non può
disconoscere che il suo obiettivo politico è cercare, fra la via del
livellamento e la via delle disuguaglianze determinate dai rapporti
di forza o economici, quella della giustizia sociale.
Se
l'opera meritoria di Obama presenta caratteri progressisti, questo
dipende proprio dall'inedito “europeismo” della sua politica.
Assistenza sanitaria (quasi) pubblica, redistribuzione dei redditi,
istruzione garantita a tutti i livelli, integrazione delle minoranze,
sostegno ai lavoratori appartengono al centro-sinistra europeo,
socialdemocratico e non liberal-progressista in senso classico.
(Simone Risoli)
(Simone Risoli)
sabato 17 novembre 2012
Dedica
A Laerte,
padre degli uomini
che cercano fra le pagine
mucchi di terra …
(Simone Risoli, 2012)
giovedì 8 novembre 2012
Four more years. Il discorso di Barack Obama
«Stanotte dopo 200 anni dall'indipendenza delle Colonie, il perfezionamento della nostra Unione va avanti. Grazie a voi, che avete riaffermato lo spirito di questo Paese. Ognuno segue il proprio sogno, ma noi siamo un'unica famiglia americana che resta unita. La strada è stata lunga e difficile. Ma ci siamo rialzati, abbiamo combattuto, e sappiamo che per gli Stati Uniti, il meglio deve ancora venire. Voglio ringraziare tutti gli americani che hanno partecipato. Se avete votato all'alba, o aspettato in fila per molto tempo (e dobbiamo risolverlo, questo problema). Se avete girato casa per casa o alzato la cornetta per convincere gli elettori.
Ho parlato con Romney e mi sono congratulato per una campagna combattuta duramente, senza sconti, ma solo perché amiamo entrambi questo paese. Tutta la sua famiglia ha scelto di impegnarsi per il paese. Nelle prossime settimane voglio sedermi a un tavolo con lui per discutere come migliorarlo. Voglio ringraziare il gioioso guerriero d'America, Joe Biden.
Non sarei l'uomo che sono oggi senza la donna che ha accettato di sposarmi 20 anni fa. Michelle, ti amo ora più di prima. Ho visto l'America innamorarsi di te. Sacha e Malia, state crescendo e diventando forti, belle e intelligenti come vostra madre. Ma devo dirvelo: un cane, per ora, è abbastanza...
Alla migliore campagna e ai migliori volontari nella storia della politica americana! Alcuni di voi erano dei debuttanti, altri erano qui dall'inizio, ma tutti di voi siete parte della mia famiglia. Porterete con voi la memoria di un momento storico. Grazie per aver creduto in me durante tutto quello che abbiamo passato e tutto il lavoro incredibile che avete svolto.
Le campagne politiche a volte possono sembrare piccole o sciocche. I cinici dicono che la politica è solo un confronto di ego o la vittoria di interessi particolari. Ma se aveste visto il lavoro dei volontari, avreste scoperto la determinazione degli organizzatori, del ragazzo che studia al college e vuole che anche gli altri abbiano la stessa possibilità, il ragazzo che va porta a porta perché il fratello è stato assunto in fabbrica dove è stato aggiunto un altro turno. Per questo facciamo questo. Per questo le elezioni sono importanti.
La democrazia in un Paese di 300 milioni di abitanti può essere rumorosa e complicata, possiamo avere opinioni diverse, possiamo aprire controversie. Questo non cambierà oggi, né deve. Le nostre discussioni sono parte della democrazia.
Molti Paesi ci guardano come un esempio. Nonostante le nostre differenze, la maggior parte di noi condivide principi comuni. Vuole un futuro per i nostri cittadini fatto di scuole migliori, nuovi posti di lavoro, senza un debito schiacciante, non minacciato da un pianeta che si riscalda. Un Paese sicuro, rispettato e ammirato nel mondo e difeso dal miglior esercito che esista. Un Paese che si muova con fiducia oltre la guerra verso un futuro di pace. Un'America generosa e tollerante, aperta ai sogni di una figlia di immigrati che studia nelle nostre scuole e giura sulla nostra bandiera. Un bambino povero che vuole diventare medico, pompiere, presidente: questa è l'America che va avanti.
Il progresso non è sempre una linea dritta, un processo morbido. Bisogna costruire il consenso e fare compromessi per portare avanti il Paese. L'economia si sta riprendendo, una guerra decennale si sta chiudendo. Anche se non mi avete votato, vi ho ascoltato, ho imparato da voi, mi avete reso un presidente migliore. Con i vostri consigli tornerò alla Casa Bianca.
Molti Paesi ci guardano come un esempio. Nonostante le nostre differenze, la maggior parte di noi condivide principi comuni. Vuole un futuro per i nostri cittadini fatto di scuole migliori, nuovi posti di lavoro, senza un debito schiacciante, non minacciato da un pianeta che si riscalda. Un Paese sicuro, rispettato e ammirato nel mondo e difeso dal miglior esercito che esista. Un Paese che si muova con fiducia oltre la guerra verso un futuro di pace. Un'America generosa e tollerante, aperta ai sogni di una figlia di immigrati che studia nelle nostre scuole e giura sulla nostra bandiera. Un bambino povero che vuole diventare medico, pompiere, presidente: questa è l'America che va avanti.
Il progresso non è sempre una linea dritta, un processo morbido. Bisogna costruire il consenso e fare compromessi per portare avanti il Paese. L'economia si sta riprendendo, una guerra decennale si sta chiudendo. Anche se non mi avete votato, vi ho ascoltato, ho imparato da voi, mi avete reso un presidente migliore. Con i vostri consigli tornerò alla Casa Bianca.
Stasera avete votato perché ci mettessimo in moto, perché facessimo il nostro lavoro. Ridurre il deficit, riformare il fisco, introdurre nuove leggi sull'immigrazione, ridurre la nostra dipendenza dal petrolio straniero. Ma questo non vuol dire che il vostro lavoro è finito qui. I cittadini devono partecipare continuamente alla vita pubblica: dobbiamo chiederci cosa noi possiamo fare per gli altri.
Abbiamo denaro e l'esercito più potente, ma non siamo ricchi e forti per questo. Abbiamo le migliori università e una tradizione culturale incredibile, ma le nostre menti e i nostri spiriti sono incredibili per un altro fattore. E' il legame che ci unisce. Un titolo che rende l'America unica al mondo. Questo Paese funziona solo se tutti lavoriamo insieme per il futuro fatto di amore, carità, senso del dovere, patriottismo.
Sono pieno di speranza oggi, perché ho visto il sacrificio degli Americani per il loro prossimo. Nei lavoratori che si spaccano la schiena per i colleghi, nell'impegno dei militari, nei Navy Seals che sanno di avere un compagno che li protegge. Nelle coste di New Jersey e New York dove ho trovato un popolo unito per ricostruire i danni della tempesta.
In Ohio un padre mi ha raccontato la storia di sua figlia di 8 anni. E' malata di leucemia e stavano spendendo tutti i soldi che avevano per curarla. Senza la riforma sanitaria che abbiamo passato, la sua assicurazione avrebbe smesso di pagare per le cure. Ogni genitore aveva lacrime agli occhi; tutti sapevamo che quella bimba poteva essere nostra figlia. Questo è ciò che siamo.
Sono orgoglioso di essere il presidente di questa America. Non sono mai stato più fiducioso di stasera. Non parlo di ottimismo cieco. Davanti a noi ci sono ostacoli enormi. Ma io credo che qualcosa di migliore ci aspetterà sempre, se abbiamo il coraggio di continuare a cercarla, di combattere per raggiungerla.
Credo che potremo mantenere la promessa dei Padri fondatori: che se sei disposto a lavorare duro, non importa che tu sia uomo o donna, bianco o nero, ricco o povero, vecchio o giovane, etero o omo, riuscirai a farcela in questo paese e a vedere realizzato il tuo sogno. Siamo più di un insieme di stati democratici e repubblicani, siamo e resteremo gli Stati Uniti d'America e, se Dio vorrà, dimostreremo di essere uniti e che possiamo lavorare insieme per costruire un futuro migliore.
Grazie. Che Dio vi benedica e benedica questi Stati Uniti d'America».
(Barack Obama)
venerdì 2 novembre 2012
A Pier Paolo Pasolini
che, benché triste, così dolce scende
per noi viventi, con la luce cerea
che al quartiere in penombra si
rapprende.
***
Per il segno che c'è rimasto,
non
ripeterci quanto ti spiace
non ci chiedere più come è
andata,
tanto lo sai che è una storia sbagliata
Questo non è un epicedio, un
memoriale, un omaggio in senso stretto; e non è nemmeno una
biografia, una sintesi delle opere, una ricostruzione storica.
Pier Paolo Pasolini nacque a Bologna
nel 1922...
Un inizio del genere, da enciclopedia o
da saggio che, beninteso, gli riservano lo spazio che s'è meritato,
non rende il giusto a Pier
Paolo Pasolini.
Discutere
delle dicerie che circolavano sul suo conto, dei tentativi di sabotarne la carica morale e culturale rivoluzionaria, ricorrere –
come, ahimè, sto rischiando – a una predica postuma, a una
“retorica su Pasolini” è fuori luogo. Come è fuori luogo il
senso di pietà e di commemorazione confinato in un giorno all'anno.
Singolarmente,
secondo chi alimenta speranze superstiziose, comunemente, per chi
osserva i fatti come tali e cerca di ricavarne un supporto per
costruire i propri postulati, la morte di Pasolini avvenne il 2
novembre del 1975. Le circostanze misteriose, le giustificazioni
tardive, la denuncia dello stesso Pasolini al clima di “fascismo
culturale” che lo avrebbero ucciso sono elementi su cui si deve
fare chiarezza. «Una
storia mica male insabbiata, una storia sbagliata».
Il motivo per cui ambiziosamente colgo l'occasione per ricordare a me stesso Pasolini mi è chiarissimo.
Pasolini avrebbe potuto salvare
l'umanità? Consentitemi questa espressione molto poetica ed
estremamente labile. L'atteggiamento intellettuale di Pasolini, se
fosse attecchito in Italia, avrebbe salvato l'individuo dal male
dell'insipienza. Ma per salvarsi è davvero necessario voler essere
salvati. Si obbietterà che un intellettuale non può cambiare lo
stato dei fatti, né può, per di più, un intellettuale particolare,
un intellettuale che i detrattori con falso eufemismo definivano
“singolare”, “appariscente” e i più diretti oppositori
consideravano “osceno”, “eversivo”. Storia diversa per
gente normale, storia comune per gente speciale.
Nella sua vasta produzione, abbozzando il suo ultimo romanzo incompiuto, Petrolio, Pasolini ha scritto la summa dell'essere umano attraverso lo scandalo, la trasformazione, la debolezza, l'infezione, l'ambivalenza; ha tentato di superare il Novecento letterario, aggiungendo alla ricerca del capolavoro lo spirito umanitario dell'interesse civile, scrivendo per volontà e per desiderio.
Il senso della storia era un tormento che individuava nel popolo il soggetto in grado di percepirne l'essenza, nel «grande concerto di scalpelli»: solo il popolo ne ha un sentimento. Il popolo d'altra parte, questa collettività fisica e ideale dai tratti del Marxismo e del Vangelo, è l'origine della contraddizione. Muta ammirazione, idealizzazione, abbandono all'estetica o spinta al cambiamento, lotta di classe, liberazione dal giogo oppressivo, dalle catene inghirlandate dall'arte e dalla morale comune? Con le parole del poeta:
«Lo scandalo del contraddirmi, / dell'essere / con te e contro te; con te nel core, / in luce, contro te nelle buie viscere; // del mio paterno stato traditore / - nel pensiero, in un'ombra di azione - / mi so ad esso attaccato nel calore // degli istinti, dell'estetica passione; / attratto da una vita proletaria / a te anteriore, è per me religione // la sua allegria, non la millenaria / sua lotta: la sua natura, non la sua / coscienza: è la forza originaria // dell'uomo, che nell'atto s'è perduta, / a darle l'ebbrezza della nostalgia, / una luce poetica: ed altro più // io non so dirne, che non sia / giusto ma non sincero, astratto / amore, non accorante simpatia...». (Le ceneri di Gramsci)
Un ingente contributo all'affrancamento
culturale, percepito in forte connessione con la possibile
emancipazione fisica e concreta degli individui, fu la risposta
implicita di Pasolini a quanti con le maniere borghesi della doppia
morale, con la moderatezza esteriore che celava l'intolleranza e
esprimeva il conformismo come valore imperante dell'Italia del
dopoguerra, si opponevano alla libertà di pensiero.
Così, in una celebre intervista di Enzo Biagi:
B. Che cosa ci trova di così anormale (l'argomento è "il successo" che Pasolini ha definito "altra faccia della persecuzione", N.d.A.)?
P. Perché la televisione è un medium di massa, e come tale non può che mercificarci e alienarci.
B. Ma oltre ai formaggini e al resto, come lei ha scritto una volta, adesso questo mezzo porta le sue parole: noi stiamo discutendo tutti con grande libertà, senza alcuna inibizione.
P. No, non è vero.
B. Si, è vero, lei può dire tutto quel che vuole.
P. No, non posso dire tutto quello che voglio.
B. Lo dica!
P. No, non potrei perché sarei accusato di vilipendio, uno dei tanti vilipendi del codice fascista italiano. Quindi in realtà non posso dire tutto. E poi, a parte questo, oggettivamente, di fronte all'ingenuità o alla sprovvedutezza di certi ascoltatori, io stesso non vorrei dire certe cose. Quindi io mi autocensuro. Comunque, a parte questo, è proprio il medium di massa in sé: nel momento in cui qualcuno ci ascolta dal video, ha verso di noi un rapporto da inferiore a superiore, che è un rapporto spaventosamente antidemocratico.
Non è stato forse Pasolini un (inaudito) profeta del nostro tempo?
(Simone Risoli)
sabato 27 ottobre 2012
Brevi riflessioni settimanali. Etica e quasi-filosofia
Come scriveva Bobbio, esistono due filosofie, una aperta e critica, l'altra certa e assoluta.
Se si sostituisce a "filosofia" il termine "approccio alla realtà", credo che si possano reinterpretare diversi fenomeni con una superiore consapevolezza, in una prospettiva completa.
Uno degli ambiti che potrebbe essere reinterpretato in forza di questa diversa apertura - che non si sostituisce, ma si affianca criticamente e rimane, su indicazione di Bobbio, una via aperta - è l'etica.
E' appena il caso di premettere un possibile inquadramento della questione.
Secondo Nietzsche proclamare la morte di Dio, demolire l'architettura dei valori assoluti, non significa “crogiolarsi nel nulla”, ma “abbassarne il livello”, permettere la creazione di altri valori con la consapevolezza che di creazione umana si tratta e, pertanto, ammetterne il superamento. Molte teorie, diffuse sono in ambiente accademico, ripensano l'etica nel metodo e nei contenuti, discutendo i termini di una sua possibile logica o razionalità; quando si riflette sulla morale, nel metodo e nei contenuti variabili, resta tuttora innovativo l'insegnamento di Kant e le sue rielaborazioni.
Uno degli ambiti che potrebbe essere reinterpretato in forza di questa diversa apertura - che non si sostituisce, ma si affianca criticamente e rimane, su indicazione di Bobbio, una via aperta - è l'etica.
E' appena il caso di premettere un possibile inquadramento della questione.
Secondo Nietzsche proclamare la morte di Dio, demolire l'architettura dei valori assoluti, non significa “crogiolarsi nel nulla”, ma “abbassarne il livello”, permettere la creazione di altri valori con la consapevolezza che di creazione umana si tratta e, pertanto, ammetterne il superamento. Molte teorie, diffuse sono in ambiente accademico, ripensano l'etica nel metodo e nei contenuti, discutendo i termini di una sua possibile logica o razionalità; quando si riflette sulla morale, nel metodo e nei contenuti variabili, resta tuttora innovativo l'insegnamento di Kant e le sue rielaborazioni.
«Questa è una canzone - dichiarò Fabrizio De André, introducendo "La città Vecchia" - che risale al 1962, dove dimostro di avere sempre avuto, sia da giovane che da anziano, pochissime idee ma in compenso fisse. Nel senso che in questa canzone esprimo quello che ho sempre pensato: che ci sia ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell'errore. Anche perché non sono ancora riuscito a capire bene, malgrado i miei cinquantotto anni, cosa esattamente sia la virtù e cosa esattamente sia l'errore, perché basta spostarci di latitudine e vediamo come i valori diventano disvalori e viceversa. Non parliamo poi dello spostarci nel tempo: c'erano morali, nel Medioevo, nel Rinascimento, che oggi non sono più assolutamente riconosciute. Oggi noi ci lamentiamo: vedo che c'è un gran tormento sulla perdita dei valori. Bisogna aspettare di storicizzarli. Io penso che non è che i giovani d'oggi non abbiano valori; hanno sicuramente dei valori che noi non siamo ancora riusciti a capir bene, perché siamo troppo affezionati ai nostri».
Come è evidente, in due modi si può raggiungere una nuova consapevolezza etica: criticando i presupposti tradizionali, ovvero rifiutando una accettazione acritica, o capovolgendoli. L'una e l'altra sono spesso vie contigue e proseguono lungo il solco della tolleranza.
venerdì 19 ottobre 2012
Poesia d'autunno
Un tempo, era d'estate,
era a quel fuoco, a quegli ardori,
che si destava la mia fantasia.
Inclino adesso all'autunno
dal colore che inebria;
amo la stanca stagione
che ha già vendemmiato.
Niente più mi somiglia,
nulla più mi consola,
di quest'aria che odora
di mosto e di vino
di questo vecchio sole ottobrino
che splende nelle vigne saccheggiate.
(V. Cardarelli)
venerdì 12 ottobre 2012
I cieli celesti d'Italia. Il conflitto tra luce e ragione
Esiste un'inversione della logica in alcune affermazioni che dovrebbe preoccupare più del problema che agitano. In primo luogo, perché il fantomatico problema non esiste e dunque non può essere validamente espresso; in secondo luogo, perché, laddove la logica diventa una contorsione del ragionamento, soccorrono inganni di vario genere: dal tentativo di suscitare terrore a quello di indebolire il livello generale di capacità di pensiero.
Che risparmiare sull'illuminazione pubblica sia la causa (o la concausa) di un aumento della criminalità è argomentazione facilmente debole. Se ci si ragiona, nessuno affermerebbe coscientemente che la causa del traffico di droga, delitti, sfruttamento della prostituzione, furti sia la superficie poco rifulgente della luna.
Le politiche di spending review del Governo italiano hanno, infatti, riguardato anche tagli alla spesa sull'illuminazione pubblica notturna, e le reazioni sono state rapide. La questione è stata affrontata dall'esecutivo in linea con molte proposte della società civile e con riferimento alle statistiche europee, le quali indicano l'Italia come il paese, dopo la Spagna, maggiormente incline al consumo e agli sprechi anche nel settore dell'energia elettrica. Il nostro Paese dissipa energia pro-capite pari al doppio di quella impiegata in Germania e della media UE; nettamente superiori i consumi anche rispetto a Francia, Irlanda, Belgio e Regno Unito.
Benché le intenzioni del legislatore e dei governi spesso trascendano, soprattutto in questi ultimi anni, gli obiettivi dichiarati, è fuori discussione che una scelta del genere importi il doppio effetto di ridurre la spesa pubblica nei settori in cui essa costituisce inutili sprechi e, simultaneamente, di promuovere un ideale positivo o - come definito da parte dell'opinione pubblica - un "circolo virtuoso" di utilizzo intelligente delle risorse.
Diverse barricate concettuali si sono sollevate ugualmente sulla disposizione.
Le politiche di spending review del Governo italiano hanno, infatti, riguardato anche tagli alla spesa sull'illuminazione pubblica notturna, e le reazioni sono state rapide. La questione è stata affrontata dall'esecutivo in linea con molte proposte della società civile e con riferimento alle statistiche europee, le quali indicano l'Italia come il paese, dopo la Spagna, maggiormente incline al consumo e agli sprechi anche nel settore dell'energia elettrica. Il nostro Paese dissipa energia pro-capite pari al doppio di quella impiegata in Germania e della media UE; nettamente superiori i consumi anche rispetto a Francia, Irlanda, Belgio e Regno Unito.
Benché le intenzioni del legislatore e dei governi spesso trascendano, soprattutto in questi ultimi anni, gli obiettivi dichiarati, è fuori discussione che una scelta del genere importi il doppio effetto di ridurre la spesa pubblica nei settori in cui essa costituisce inutili sprechi e, simultaneamente, di promuovere un ideale positivo o - come definito da parte dell'opinione pubblica - un "circolo virtuoso" di utilizzo intelligente delle risorse.
Diverse barricate concettuali si sono sollevate ugualmente sulla disposizione.
Certamente, con l'estremizzazione in entrambi i sensi si rischia la banalizzazione del problema. Non si tratta, perciò, di aderire per partito preso a una posizione ambientalista o di verso opposto.
Si è obiettato che durante le ore notturne si raggiunge il tasso massimo di incidenti stradali che pongono a rischio incolumità pubblica e personale; che alcuni reati sono di per sé "notturni" o si avvalgono della "complicità notturna": agire alla luce del sole è senz'altro un inizio di confessione. Non per questo, però, l'illuminazione è la causa di una riduzione della delinquenza: indubbiamente è un fattore che concorre all'individuazione del problema, ma non alla sua soluzione. La sicurezza stradale si preserva con altri mezzi (controlli dei pubblici ufficiali, limitazioni dell'uso di sostanze alcoliche, provvedimenti su limiti di velocità e accertamenti sulla loro osservanza), la criminalità occasionale o organizzata, che spesso si avvale del silenzio e dell'omertà generale, non trova certo un disincentivo nella sua "visibilità" se questa non si accompagna all'effettiva denuncia o alla fattiva prevenzione con mezzi funzionanti.
Se esiste una minima incidenza dell'illuminazione pubblica sulla riduzione della delinquenza, questa non è né risolutiva, né la causa prima.
Dall'altro lato, il timore atavico, che discende dal rischio dell'incolumità e sfocia nel bisogno di sicurezza, nasconde un problema più rilevante.
In alcune giornate invernali la sera è più luminosa del giorno. Molti potrebbero esserne accorti, esserne soddisfatti o vivere ormai in una sorta di assuefazione. Il consumo inutile di energia elettrica, però, incide direttamente sull'ambiente: l'ambiente è, letteralmente, la prospettiva, il luogo, la forma, lo scenario materiale entro cui la realtà naturale, animale, umana si svolgono.
La sicurezza - pur essendo inconcepibile che una sua compromissione derivi da una decisione del genere - non è la contropartita della libertà personale.
Ovviamente non deve intendersi per "libertà" il dissennato arbitrio. Libertà è un concetto più complesso e, a prima vista, paradossale o inafferrabile, perché si accompagna necessariamente alla responsabilità (personale, morale, civile, universale) che la rende indigesta ad alcuni.
Una politica che escluda l'ambiente sarebbe la vera compromissione delle libertà, perché esclude il fondamento stesso del loro esercizio, il requisito materiale, ovvero la persistenza del genere umano. D'altro canto, una falsa logica che escluda il pensiero sarebbe ugualmente la vera compromissione delle libertà, perché ne esclude il secondo fondamento, il requisito sostanziale, ovvero la decisione, la possibilità di scelta.
(Simone Risoli)
Si è obiettato che durante le ore notturne si raggiunge il tasso massimo di incidenti stradali che pongono a rischio incolumità pubblica e personale; che alcuni reati sono di per sé "notturni" o si avvalgono della "complicità notturna": agire alla luce del sole è senz'altro un inizio di confessione. Non per questo, però, l'illuminazione è la causa di una riduzione della delinquenza: indubbiamente è un fattore che concorre all'individuazione del problema, ma non alla sua soluzione. La sicurezza stradale si preserva con altri mezzi (controlli dei pubblici ufficiali, limitazioni dell'uso di sostanze alcoliche, provvedimenti su limiti di velocità e accertamenti sulla loro osservanza), la criminalità occasionale o organizzata, che spesso si avvale del silenzio e dell'omertà generale, non trova certo un disincentivo nella sua "visibilità" se questa non si accompagna all'effettiva denuncia o alla fattiva prevenzione con mezzi funzionanti.
Se esiste una minima incidenza dell'illuminazione pubblica sulla riduzione della delinquenza, questa non è né risolutiva, né la causa prima.
Dall'altro lato, il timore atavico, che discende dal rischio dell'incolumità e sfocia nel bisogno di sicurezza, nasconde un problema più rilevante.
In alcune giornate invernali la sera è più luminosa del giorno. Molti potrebbero esserne accorti, esserne soddisfatti o vivere ormai in una sorta di assuefazione. Il consumo inutile di energia elettrica, però, incide direttamente sull'ambiente: l'ambiente è, letteralmente, la prospettiva, il luogo, la forma, lo scenario materiale entro cui la realtà naturale, animale, umana si svolgono.
La sicurezza - pur essendo inconcepibile che una sua compromissione derivi da una decisione del genere - non è la contropartita della libertà personale.
Ovviamente non deve intendersi per "libertà" il dissennato arbitrio. Libertà è un concetto più complesso e, a prima vista, paradossale o inafferrabile, perché si accompagna necessariamente alla responsabilità (personale, morale, civile, universale) che la rende indigesta ad alcuni.
Una politica che escluda l'ambiente sarebbe la vera compromissione delle libertà, perché esclude il fondamento stesso del loro esercizio, il requisito materiale, ovvero la persistenza del genere umano. D'altro canto, una falsa logica che escluda il pensiero sarebbe ugualmente la vera compromissione delle libertà, perché ne esclude il secondo fondamento, il requisito sostanziale, ovvero la decisione, la possibilità di scelta.
Placida notte, e verecondo raggio
della cadente luna...
...già non arride
spettacol molle ai disperati affetti
(Simone Risoli)
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