sabato 29 settembre 2012

Brevi riflessioni settimanali

Dimmi chi sono quegli uomini lenti
coi pugni stretti e con l'odio fra denti;
dimmi chi sono quegli uomini stanchi
di chinar la testa e di tirare avanti...

(Francesco Guccini, Primavera di Praga)


Poche parole sono sufficienti

lunedì 24 settembre 2012

Mangiatori di patate

(I mangiatori di patate, ovvero dall'estetica della povertà al desiderio di solidarietà; Caffè di notte, ovvero la distanza dagli uomini percepita da chi predica la vicinanza).

I

Il tempo non vuole sentire,
il tempo è coperto di seta sfibrata
che nasconde gli squarci.

Che belli quegli zigomi orrendi,
la pelle di patate estirpate ai campi!
Mangiando le scorze, non resta che scorza
per pelle rappresa,
come un'ostrica spoglia
ad asciugare su uno scoglio.

Giunge per mare l'eco
e lo stesso verso di pennellate.
La donzelletta vien dalla rappresaglia
delle ore
e a stento la consola
la notte chiara e dolce e senza vento.


II 

La notte è tutta poesia
nella casa di fronte illuminata.
Carte ora frusciano, i campi ora sono
il blu della volta celeste
e sembra sentirsi un suono
campestre
e impazienti nitriti di consolazione.

Ma questo si ode nel silenzio oltre le finestre.
La nebbia dell'ultima notte prima del giorno
è impenetrabile da questo vetro d'argento,
i palazzi sono mosaici dipinti
nelle reti delle zanzariere
e sembra sentirsi stridere
il nitrato di altra consolazione.

(Simone Risoli, 2011/2012)

mercoledì 19 settembre 2012

"E qualcuno dirà che c'è un modo migliore"

Appunti ermetici su Non al denaro, non all'amore, né al cielo. 


Non al denaro, non all'amore, né al cielo è l'esempio della reinterpretazione che approfondisce e crea dall'esistente un'opera talvolta migliore dell'originale.
Discutere di un album musicale pubblicato nel 1971 può essere un evidente anacronismo - un attaccamento inspiegabile al passato, in una sorta di cieca venerazione. Tanto più, bisogna considerare che i testi e le musiche di Fabrizio De André e Nicola Piovani (di cui l'album si compone) sono già storicamente anomali, come appaiono a prima vista molte scelte dello stesso De André: la scelta del 1970 di occuparsi della "Buona Novella" in periodo di contestazioni politiche, contro l'organizzazione patriarcale e gerarchica della famiglia, contro l'influenza della religione sui costumi e la libertà individuale; quella del '71 di recuperare un'antologia poetica (Spoon River) che lascia parlare i morti, in un periodo di lotte sociali e civili in Italia.
Nel tempo ci si è convinti (forse anche inconsciamente) che gli individui "cosmico-storici" debbano interpretare e incarnare lo "spirito" del tempo, senza soffermarsi, però, sul significato che questa "incarnazione" dovrebbe ricoprire. In realtà, "incarnare" lo spirito presente (ammesso che questo "spirito" esista e non sia una vuota espressione) significa, talvolta, non allinearsi al senso condiviso del tempo o scegliere una posizione particolare per denunciarne le contraddizioni: l'opera migliore del Pierre Menard di Borges è la riscrittura del Chisciotte.
Forse questa è la posizione dell'intellettuale distaccato, indifferente ai problemi sociali, metafisico e "eliotiano", che respinge ogni coinvolgimento politico, aspirando a una pace individuale già di per sé complessa da ricercare, capace di riconoscere la propria inadeguatezza a interferire col mondo (capace, al più, come scriverebbe il giovane Eliot, di trovare il coraggio di "mangiare una pesca")?
Certamente non è la posizione di Spoon River e di De André, in cui quella politica diventa aspirazione ad affermare la piena libertà degli individui, svincolandosi dalla sua natura di gestione del potere.
Dopo un secolo dalla pubblicazione dell'Antologia di Spoon River e quarant'anni da quella di Non al denaro, non all'amore, né al cielo, come il Chisciotte di Borges la storia si scrive ex novo.
Nell'opera del '71, in particolare, la collina di Spoon River è il riflesso attualissimo della società contemporanea, nonostante l'autore (ecco perché l'anacronismo è puramente apparente) l'avesse concepita come riproposizione della poesia di Lee Masters, quindi inattuale già al tempo dell'incisione del disco.
Sarebbe inutile sottolineare che il senso letterale delle opere è solo una componente dell'intero.
Talvolta, lo stesso titolo delle poesie rivela l'essenza della riscrittura, che è generalmente universale nella misura in cui è ancora attuale, e non genericamente attuabile: Dietro ogni scemo c'è un villaggio, la più efficace denuncia dell'ipocrisia e della costruzione di falsi ideali da parte delle maggioranze assieme a Smisurata preghiera (Anime Salve, 1996); Dietro ogni blasfemo c'è un giardino incantato, l'espressione degli inganni e delle mistificazioni delle religioni e del fanatismo che si riducono, in ultima analisi, a meccanismi di controllo del potere, il quale agisce nelle antiche forme della coazione fisica, fino al delitto (qualcuno ricorderà, nel legame superstizione-delitto, il mito di Ifigenia raccontato da Lucrezio) e nelle forme nuove di indebolimento culturale ("...e non Dio, ma qualcuno che per noi lo ha inventato ci costringe a sognare in un giardino incantato").
Jones il suonatore sembra salvarsi oltre la salvazione.

IL SUONATORE JONES
In un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità,
a me ricordava
la gonna di Jenny
in un ballo di tanti anni fa.
Sentivo la mia terra
vibrare di suoni, era il mio cuore
e allora perché coltivarla ancora,
come pensarla migliore.

Libertà l'ho vista dormire
nei campi coltivati
a cielo e denaro,
a cielo ed amore,
protetta da un filo spinato.
Libertà l'ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato
per un fruscio di ragazze
a un ballo,
per un compagno ubriaco.

E poi se la gente sa,
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca
per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare.
Finii con i campi alle ortiche
finii con un flauto spezzato
e un ridere rauco
ricordi tanti
e nemmeno un rimpianto.

Ne Il suonatore Jones, violinista nell'originale di Masters, flautista in de André per ragioni metriche, si attua il rovesciamento dei valori tradizionali: Jones è colui che offrì "la faccia al vento, la gola al vino e mai un pensiero non al denaro, non all'amore né al cielo", "sorpreso dai suoi novant'anni" mentre "con la vita avrebbe ancora giocato". La sua figura diventa il punto più alto dell'opera; mentre nella Spoon River classica è uno fra i tanti cittadini, tra cui comunque emerge, in de André rappresenta la sintesi; non è un personaggio straordinario, è dedito al vizio, è sognatore, poetico e materialista e, nonostante questo, e, anzi, in forza di questo, è l'unico personaggio in grado di salvarsi dalla morte, non in senso escatologico, ma attraverso la sua umanità. La vitalità di Jones non lo sottrae alla morte, ma gli consegna un'esistenza semplice, piena, povera di rimpianti che - evidentemente l'autore vuole sottolinearlo - sono quella parte della vita tanto simile a una prematura morte e assai più dolorosa di questa: perché la morte reale, quantomeno, estirpa ogni sensazione e dolore e libera dall'amarezza che i morti di Spoon River riescono ancora a provare solo in forza di una finzione letteraria.

lunedì 27 agosto 2012

L'epigrafe di Lyman King


Forse credi, viandante, che il fato
sia una trappola al di fuori di te,
che puoi evitare usando prudenza
e saggezza.
Così tu credi, quando osservi la vita degli uomini,
come farebbe un dio che si chini su un formicaio,
e veda la soluzione dei loro problemi.
Ma entra nella vita:
col tempo vedrai il fato avvicinarsi
sotto forma della tua immagine allo specchio;
oppure mentre siedi solo al focolare,
d’improvviso la sedia accanto a te avrà un ospite,
e tu riconoscerai quell’ospite,
e gli leggerai il vero messaggio negli occhi.

(E.L.Masters, Antologia di Spoon River)

sabato 25 agosto 2012

Spoon River: la vera e la finta corruzione

Senza appesantire la poesia con eccessivi commenti, è sufficiente premettere poche frasi. 
Appare evidente come in questi versi di E.L.Masters si fronteggino una piccola corruzione dei costumi, innalzata dalla società (dal sentimento sociale) a piaga di grandi dimensioni, infamante, costruita per nascondere o condannare esteriormente passioni e atteggiamenti immorali comuni a tutti gli uomini (tradimenti, passioni carnali, prostituzione), e una corruzione reale, piaga sociale concreta che è concreta corruzione morale: affari loschi, poteri pubblici che ubbidiscono a poteri economici, operazioni finanziarie che perseguono il profitto a ogni costo, disastri ambientali procurati per l'interesse personale.
La prostituta del villaggio paga gli sguardi indignati della gente e le multe del tribunale, mentre i galantuomini restano impuniti: è questa la giustizia ai piedi della collina.
Nulla di nuovo sotto l'ombra di Spoon River?


Daisy Fraser

DID you ever hear of Editor Whedon
Giving to the public treasury any of the money he received
For supporting candidates for office?
Or for writing up the canning factory
To get people to invest?
Or for suppressing the facts about the bank,
When it was rotten and ready to break?
Did you ever hear of the Circuit Judge
Helping anyone except the “Q” railroad,
Or the bankers? Or did Rev. Peet or Rev. Sibley
Give any part of their salary, earned by keeping still,
Or speaking out as the leaders wished them to do,
To the building of the water works?
But I—Daisy Fraser who always passed
Along the streets through rows of nods and smiles,
And coughs and words such as “there she goes,”
Never was taken before Justice Arnett
Without contributing ten dollars and costs
To the school fund of Spoon River!


Avete mai sentito che il direttore Whedon
desse all'erario un po' dei soldi intascati
per appoggiare un candidato?
O per scrivere elogi della fabbrica di scatolette
e spingere la gente a fare investimenti?
O per tacere i misfatti della banca,
quando fu marcia e sull'orlo del fallimento?
Avete mai sentito che il giudice distrettuale
appoggiasse qualcuno tranne le ferrovie «Q»,
o i banchieri? O che il reverendo Peet o il reverendo Sibley
dessero un po' della paga, guadagnata tenendo la bocca chiusa,
o dicendo quel che faceva comodo ai capi,
per la costruzione dell'acquedotto?
E invece io - Daisy Fraser, che passavo sempre
per strada fra due ali di ammicchi e sorrisi,
e colpetti di tosse e frasi come «eccola là»,
non finii mai davanti al giudice Arnett
senza versare dieci dollari più le spese
al fondo scolastico di Spoon River!


giovedì 2 agosto 2012

Spoon River: la purezza scandalosa


Gli intenti sono già chiari dall'ambientazione. Edgar Lee Masters, avvocato figlio di avvocati, abituato attraverso la sua professione a conoscere ed entrare in contatto con la complessità dell'animo umano e con la sua natura primordiale, lascia dialogare le anime di morti di ogni estrazione sociale, che ognuno infami il proprio vicino, si esprima liberamente, senza remore, confessi i propri misfatti, i propri fallimenti, le illusioni giovanili, i rimorsi. Dopo la morte - ecco la dichiarazione implicita di intenti - tutti gli "abitanti" del cimitero di Spoon River si sono liberati del bisogno di ipocrisia a cui la vita sociale li ha costretti. Chi, fra loro, è vissuto senza restrizioni, "senza mai un pensiero non al denaro, non all'amore, né al cielo", sembra aver anticipato in vita la pienezza della propria libertà. La maggior parte dei personaggi, però, si è voluta o dovuta arrendere al giudizio ora concreto di un tribunale, ora infamante, sottile e logorante, come un'infezione invisibile di un distorto e imperante senso comune.
Benché siano numerose le interpretazioni fornite della Antologia di Spoon River (mi piace ricordare senz'altro la riscrittura insuperabile, anche musicalmente, di Fabrizio De André che, esordendo con la presentazione della collina su cui riposano i morti e isolando alcuni personaggi, riconosce nell'opera il lamento umanissimo di chi è vissuto, per scelta o per necessità, di delusione e rimpianto: "Nel disco si parla di vizi e virtù: è chiaro che la virtù mi interessa di meno, perché non va migliorata. Invece il vizio lo si può migliorare: solo così un discorso può essere produttivo", F.De André) è evidente il substrato comune rappresentato dal coro stonato di voci che si accavallano per denunciare finalmente la verità, l'affrancamento dalla tirannia del timore, sia esso familiare, sociale, religioso.
Così, l'inutilità del profitto per morti sepolti che "dormono tutti sulla collina" (il principio celeberrimo della morte che non discrimina, di cui sono ricchissimi la letteratura e la cultura popolare: fra tutti, T.S. Eliot, "Phlebas il fenicio, morto da quindici giorni / dimenticò [...] il profitto e la perdita") sembra liberare alcuni interlocutori dalla smania di successo che spesso li ha condotti a tradimenti, odio, inganni, delitti; l'ateismo e l'eresia sembrano allontanare la paura di una religione asfissiante che diventa strumento di controllo e oppressione; l'amore è un sentimento spesso sopravvalutato che genera morte, sofferenza e rancore, perché si tratta spesso di una costruzione sociale e non di un sentimento, con cui il linguaggio edulcora, nasconde, giustifica disprezzo, volontà di potenza, prevaricazione, orgoglio, desiderio di possesso.
In sintesi, la formula "non al denaro, non all'amore, né al cielo" riassume l'idea di libertà. E, se si volesse confrontare questa conclusione con quella di un autore certamente meno radicale di Masters, la tesi sembrerebbe comunque confermata:
"Quando nasce l'anima di un uomo in questo paese, le sono gettate reti per impedirle di fuggire. Mi parli di nazionalità, di lingua, di religione: io cercherò di fuggire a quelle reti".
(J. Joyce, Ritratto dell'artista da giovane)
Ma Spoon River non è uno scenario positivo, educativo: la purezza dei morti non è la loro redenzione. Nessun segno di ravvedimento o pentimento si scorge, se non nella forma implicita della devastante sofferenza interiore. Alcuni personaggi esprimono con fierezza i modi in cui hanno truffato sprovveduti, condannato a morte innocenti, sposato un uomo o una donna per convenienza, assassinato, rinchiuso il proprio figlio in un manicomio. Da molti altri traspare l'insoddisfazione; da alcuni anche l'onestà, la fedeltà agli ideali, l'integrità morale.
La purezza, però, consiste nella immediatezza. Così come la forma pura si trasmette senza interposizioni e direttamente, la purezza dei personaggi non è la loro santità, ma loro umanità (anche nel senso deteriore del termine) che si presenta, provocatoriamente, senza contaminazione.
La purezza di Spoon River è l'abbandono delle convenzioni che rendono l'uomo migliore di quel che sembra, a una condizione: è chiaro all'autore, tanto quanto poco chiaro è alla generalità delle persone, che tali "convenzioni" non rendono effettivamente migliore gli uomini, non tendono (se è lecito) a migliorarlo, ma ne nascondono la parte "peggiore" sotto un falso concetto elaborato da una maggioranza.
(Ecco perché l'eresia diventa fondamento della conoscenza).

(Seguiranno testi e commenti)

giovedì 26 luglio 2012

APPELLO AI LETTORI


Il sonno della ragione genera mostri, Francisco Goya
Di certo non avrei voluto intervenire in questo modo, interrompendo momentaneamente anche la regolare pubblicazione. 
Tuttavia, confido grandemente nella libertà critica e di pensiero di ciascun lettore che si imbatta in questo luogo.
In breve, da qualche giorno qualcuno potrebbe aver notato inserti pubblicitari in nessun modo autorizzati oscurare o comparire in apertura del sito. Poiché si tratta palesemente di un'intrusione forzata, fondata sulla logica per la quale in ogni caso l'interesse di mercato è preminente, il fatto diviene questione di principio che come tale deve essere affrontata. E poiché il solo modo civile di affrontare la prepotenza e la forza è la conoscenza, chiedo a ciascuno, conosciuta la situazione, di trarre le proprie conclusioni, di ignorare gli avvisi o di prendere posizione contro il prodotto e la forma di pubblicità. 
Quanto alle mie, ritengo che la cultura non sia strumento per garantire profitti ad alcuno attraverso tecniche che si qualificano in tutto come "artifizi e raggiri"; credo che sia un'offesa all'intelligenza del lettore subordinare il suo interesse personale e culturale al suo presunto desiderio di consumo; credo che l'usanza, purtroppo diffusissima, di approfittare di qualunque occasione per promuovere insistentemente e con sotterfugi prodotti commerciali sia ormai da considerarsi, senza eccezioni, il tentativo di ridurre liberi individui autonomamente pensanti in sudditi apatici asserviti a una prassi conveniente.
Spero che i miei venticinque lettori comprenderanno le mie ragioni.

sabato 21 luglio 2012

"Il poeta è un fingitore" ovvero la comunicabilità della poesia e dell'uomo


Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.

E quanti leggono ciò che scrive,
nel dolore letto sentono proprio
non i due che egli ha provato,
ma solo quello che essi non hanno.

E così sui binari in tondo
gira, illudendo la ragione,
questo trenino a molla
che si chiama cuore.

(Autopsicografia, F.Pessoa)

Dal verso il poeta è un fingitore si origina un'ampia riflessione sulla creatura poeta anche nella sua natura di essere appartenente al genere umano.
Si tratta, per di più, di una questione centrale che trascende i confini della poesia.
La complessità del tema si può ridurre a uno schema: 
-Presupposto: almeno il poeta conosce se stesso quando scrive: finge consapevolmente.
-il poeta può condividere una parte di se stesso attraverso la poesia?
-il lettore può comprendere il poeta (il dolore del poeta)?
In altre parole, beninteso che proprio la tesi assunta come presupposto (il poeta conosce se stesso) è la più problematica, la poesia possiede una sua peculiare comunicabilità o il problema della poesia si riduce alla sostanziale incomunicabilità del dolore (e di ogni altra "sensazione" anche razionalmente inspiegabile) umano?
Se così può essere impostato il discorso, Pessoa propende esplicitamente per la seconda tesi: fra il poeta-uomo e i lettori-altri esiste una frattura profonda.
Tuttavia, questa cesura ha una duplice origine, dal momento che il poeta dispone del migliore strumento in suo possesso per comunicare la propria sofferenza, senza riuscire nell'intento: l'evocazione, il suggerimento, un uso deformato e personalizzato della logica, la grande allegoria del "correlativo oggettivo" sono finzione con cui il poeta non può altro che comunicare un'immagine o una falsa rappresentazione di sé; del pari, il lettore, si trova "tre gradi lontano dal vero": non può conoscere la sofferenza reale del poeta, può, al massimo, approcciarsi alla "finzione del dolore" che il poeta gli offre; ma nemmeno questa riesce a comprendere. Infatti, «quanti leggono ciò che scrive / nel dolore letto sentono proprio / non i due che egli ha provato / ma solo quello che essi non hanno».
Qual è la ragione di questa distanza? Procedendo per ipotesi, sembra che il solo modo per conoscere il dolore sia la condivisione, o meglio, la partecipazione. La forma più pura di partecipazione al dolore (che permette comunicabilità e comprensione) è l'eliminazione della differenza fra la sofferenza propria e altrui
Così Schopenhauer: 
Perciò è necessario che io partecipi del suo dolore come tale, che io senta il suo dolore come di solito sento il mio, e che perciò io voglia direttamente il suo bene come di solito voglio il mio. Ma ciò esige che io mi identifichi in qualche modo a lui, cioè che ogni differenza tra me e un altro, sulla quale si fonda il mio egoismo, sia, almeno in un certo grado, soppressa (Il mondo come volontà e rappresentazione).

Se solo la compassione permette di comunicare il dolore del poeta e dell'uomo, sorge spontaneo domandarsi: è possibile una sofferenza universale reale che non sia soltanto adesione esteriore?
Se il poeta è fingitore (e finge così completamente), se nel dolore letto gli altri sentono quello che essi non hanno, riducendo il dolore estraneo a un elemento che giace al di fuori della propria percezione e ricade, al più, nei loro discorsi sentimentali come motivo di orgoglio, è vera la sostanziale incomunicabilità del poeta anche attraverso la poesia. Il dolore rimane per natura un sentimento individuale che poesia e poeta, consapevole fingitore, si illudono di comunicare; sola conseguenza positiva è l'effetto consolatorio che da questa finzione o illusione si può trarre (cfr. Leopardi), ma è ineliminabile che «per tutti il dolore degli altri / è dolore a metà» (Disamistade, F. De André).A una tale conclusione provvisoria si può tanto pessimisticamente quanto realisticamente approdare. Per recuperare il nesso iniziale, alla base di una parte della incomunicabilità della poesia è forse l'indeterminatezza di cosa significhi e in che modo possa avvenire la comunicazione dell'uomo, la quale pare descritta, secondo Pessoa, da un meccanismo che si sottrae alla ragione («sui binari in tondo / gira, illudendo la ragione, / questo trenino a molla / che si chiama cuore»).
D'altra parte, bisogna analiticamente ammettere che la poesia sia tentativo di rendere comunicabile quanto è incomunicabile di natura, solo se si accetta il senso più profondo e esistenzialista della "comunicabilità fra coscienze". Più sinteticamente, forse il difetto non è nella poesia, ma nella natura - rectius nelle scelte che determinano la natura - umana.

martedì 17 luglio 2012

A cosa serve la poesia?

(passi dall'intervento al liceo "Machiavelli", aprile 2012)

Scriveva un insigne storico dell'architettura che occuparsi dell'arte dei Greci pone lo studioso in una situazione di grande difficoltà: poter indagare quei remoti abitanti dell'Attica lucidamente, sine ira et studio, criticamente, senza essere coinvolti in prima persona per il debito culturale che si conserva nei loro confronti. La difficoltà insita in questa operazione è il rischio di creare confusione, rivolgendosi a chi ascolta con la presunzione o la certezza che ciascuno partecipi pienamente all'argomento. Trasmettere e percepire la poesia è un'operazione logorante che impegna l'interezza di sé: la poesia si scrive e si legge con l'interezza della persona e del corpo (così anche Pasolini).
Fuor di metafora, per quanto affascinante sia occuparsi di poesia, proprio questo è il principale limite alla sua spiegazione. Qualcuno si è mai chiesto perché la poesia o l'arte, generalmente, si comunicano e non si spiegano? Questo non significa che nella poesia non esista nulla di razionale: la storia della letteratura contraddice la certezza di una natura puramente intuitiva dell'arte. Si pensi a Leopardi (La ginestra) e a Eliot. Quest'ultimo fu accusato da un poeta suo contemporaneo di essere un freddo, arido, servile «stupratore di Dante e galoppino di Hegel».
D'altra parte, la poesia non è nemmeno, a dispetto dell'etimologia, attività tecnica: è difficile indicarne le "fasi di produzione" e, ad ogni interpretazione, ciascuna fase non viene soltanto ricostruita, ma spesso integrata e creata ex novo. Proprio questo è il primo motivo, a mio avviso, dell'utilità poetica attuale. Il primo modo per essere “compromessi” con la poesia è la lettura. Leggere e interpretare significa vivificare: questo approccio alla poesia permette una sua riscrittura “utile” all'individuo (e alla società degli individui). Borges lo riassumeva simbolicamente in un personaggio che, intento a tradurre il Don Chisciotte di alcuni secoli prima, vi riconosceva i fatti presenti, al punto da iniziare a riscriverne la storia, plasmandola sugli avvenimenti attuali.
È fondamentale una premessa, a mio avviso. Trattare di “utilità” della poesia è un modo volutamente provocatorio per rivolgersi a chi sostiene che l'essenza della letteratura sia proprio l'assenza di una finalità. Affermare che la poesia sia “utile” non significa assegnarle un valore economico, ma riconoscerle un ruolo individuale, psicologico, sociale, universale, esistenziale; significa non relegarla nell'anonimato, nelle attività di evasione, ma riconoscerle un ruolo indispensabile. Significa quantomeno discutere se e in che modo la poesia possa contribuire alla umanità o, come scriveva Mario Luzi, alla salvezza dell'uomo.
(...)

Esiste una definizione di poesia?
Il termine “poesia” assorbe una serie di concetti: questo è il nucleo del problema. Definire il termine, significa trovare soluzione a ogni contrasto intorno alla poesia.
Ma definire che cosa sia "poesia" è, allo stesso tempo, il risultato finale della ricerca, come scegliere un'unità di misura presuppone che quel che si vuole studiare è misurabile.
Su un significato convenzionale-provvisorio bisogna, però, accordarsi per procedere a un'analisi successiva.
Nell'immaginario comune vale l'equazione (spesso criticata, cfr. Sanguineti) poesia = andare a capo a fine verso. Vorrei proporne invece un'accezione più ampia in cui "poetica" sia sinonimo, in senso lato, di "concezione dell'esistenza": ogni uomo è poeta (come afferma Gramsci) nella misura in cui «non si può separare l'homo faber dall'homo sapiens»e, cioè, ogni uomo è «un filosofo, un artista, un uomo di gusto, partecipa di una concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale».

(...) In definitiva, non credo che la poesia debba essere inutile per potersi considerare degna, né penso che la poesia “utile” sia “nociva” (...).
Credo, però, che la poesia “utile” – non in senso economico-utilitaristico, ma nel senso di elemento per la conoscenza e strumento propositivo in ambito sociale – oltre a non essere nociva, sia “benefica”. Conoscendo persone estranee alla poesia, percepisco l'incompatibilità, la mancanza di tentativo, di avvicinamento dettato dalla domanda: A che serve?
È vero che l'avvicinamento è reciproco. Non si può negare l'essenza della poesia per renderla un prodotto ambìto e commerciale: sarebbe celebrarne il funerale nel peggiore dei modi.
Ciò che intendo dire è altro: se nella poesia il poeta riesce a riscoprire la sua completezza di uomo come individuo, come animale sociale, come essere gettato nell'universo, potrà aggiungere alla sua passione una aspettativa (politica?) di cambiamento, un tentativo di riforma culturale, un approccio nuovo alla realtà.
Con ciò la poesia non si corrompe ma, a mio avviso, si vivifica. Rendendola utile in questo senso, non la si sta piegando a esigenze esterne (il mercato), ma le si conferisce una funzione totalizzante. Si arriva, pertanto, a una conclusione provvisoria. Se non è possibile una definizione risolutiva del termine “poesia” sul piano critico, è ammissibile una conclusione provvisoria personale. Si potrebbe affermare: la ragione, in quanto empirica, ammette conclusioni che la ragione stessa, in quanto universale, deve cautamente escludere.
La poesia è una scelta di vita. Una scelta lato sensu.
Come le scelte può essere anche irrazionale: “c'è chi ama calcare con le ruote ardenti del carro la meta... chi solcare gli oceani... chi arare i suoi campi a condizioni attaliche... ma basta includermi nella cerchia dei poeti e sfiorerò col capo leggero gli astri” (scrive, più o meno, Orazio). Tuttavia, si può tentare comunque una spiegazione razionale della scelta: la razionalità, in misura diversa nelle persone, è una delle componenti fondamentali della scelta.
Nel romanzo di uno dei miei autori preferiti, Thomas Mann, il protagonista Serenus Zeitblom racconta un episodio della sua infanzia che lo aveva affascinato: nella sua casa di campagna aveva osservato il padre del suo fraterno amico immergere un cristallo in una soluzione salina e, estraendolo, vederlo accrescersi. Nelle pagine che seguono il protagonista racconta che da allora si sarebbe edicato alla letteratura.
L'accostamento può sembrare sconnesso con ciò di cui stavo parlando. Il nesso, invece, è questo: in quella reazione chimica perfettamente spiegabile, fase per fase, il protagonista, in tenera età, non coglie i particolari scientifici, ma si abbandona al richiamo quasi mistico di quell'esperienza.
Dedicarsi alla letteratura (e alla poesia) è in parte simile. Non penso che significhi abbandonarsi a fantasticherie senza senso (la mia formazione rigidamente razionale lo escluderebbe categoricamente), ma, invece, cercare soluzioni sempre provvisorie laddove non se ne conoscono. Davanti alla realtà il poeta moderno deve essere consapevole che nei fatti che osserva sta scorrendogli davanti "la verità" (quella scientifica, quella logica...). La sua opera non è cogliere quella verità nella natura, ma nemmeno creare la natura. È intuire e sviluppare una consapevolezza nuova, con la coscienza del limite della sua intuizione. "Da ragazzo te ne stavi lunghe ore / sulla riva del torbido Spoon / a fissare la tana del gambero [...] / e ti domandavi rapito nel pensiero / cosa sapesse, cosa desiderasse e perché mai vivesse" ("Theodore il poeta", E.L.Masters).
La poesia è una maggiore consapevolezza.
Appropriarsi della poesia (anche con la lettura) è riappropriarsi del linguaggio (e con questo del ragionamento) e del linguaggio poetico (e con questo della flessibilità mentale).

Simone Risoli, A cosa serve la poesia? )

giovedì 12 luglio 2012

Epigrammi, XI


11
ai compagni Cortoniani
Forse ricordi le notti insonni,
il cieco idealismo,
i frantumi del mondo
riordinati uno a uno.
La sera, ricordo, scendeva nell’acqua la luce
e s’immergeva nella palafitta
di alberi il sole,
quando era scherzo o discorso da dotti
parlare di morte.

Quando abbiamo deciso di diventare altro da noi?
Non era annebbiato il futuro di logica immatura.
Non era una corsa sui vetri.

20 gennaio 2011

Simone Risoli, Epigrammi