"Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno"
mercoledì 30 maggio 2012
Ode all'uomo
Uomo, le spalle al cielo,
gli occhi alla terra, libertà negata,
qual è la tua natura?
Piangere la morte, amare la vita
e sconfessarti in vita,
o non tradire il vero
e non sposare il vizio?
Un groviglio di parole disperse;
un angelo caduto,
o un animale amato in cielo, forse.
E io sono un paradosso
un poeta senza verso
che fugge il tempo solo per cercarlo
(Simone Risoli, 20-3-2010)
domenica 27 maggio 2012
Contributi alla poesia, anno 2012
È strano come i pochi cultori di poesia replichino all'accusa di inutilità della poesia stessa: la bellezza dell'inutile è la vera bellezza. Una sentenza ben costruita che viene spesso svuotata di significato. Nasconde infatti un'eredità filosofica, estetica, letteraria che si può sintetizzare nella formula di Kant «la bellezza della natura è finalità senza scopo», ovvero è armonia (finalità) ma non ha un utilizzo, un impiego, non è strumentale (senza scopo). La bellezza è fine a se stessa. Ma davvero la poesia (e l'arte) è salvata solo dalla sua inutilità? È possibile la poesia come forma utile?
L'utilità non corrompe la poesia. Ovviamente, “utilità” si può intendere almeno in due sensi: “utilità” come funzione o come spendibilità. Il secondo caso è il più semplice: la forma “poesia” deve essere inutile nella misura in cui una poesia economica, profittevole, «di consumo immediato muore appena è espressa» (Montale, 1975). Una poesia con una funzione (sociale, politica, emotiva, universale, psicologica) è una poesia utile, ma la sua utilità non la degrada affatto, anzi, la eleva.
Tante sono le indicazioni storiche e letterarie che inducono a escludere l'integrità della sola arte inutile (molti cultori della pittura ottocentesca sanno che il carattere sociale, di denuncia e di rinnovamento sono elementi fondamentali).
Questo accenno a una questione tanto complessa non si esaurisce così. Resta da domandarsi quale poesia è ancora possibile. In questo caso come in altri, credo che l'orientamento della risposta dipenda dal punto in cui si vuole porre la partenza. Fatta questa premessa, a mio avviso non esistono una poesia utile e una inutile, ma esiste la possibilità di scrivere poesia in modo diversamente utile. Bisogna quindi concludere che tutto quel che è scritto “andando a capo a fine verso” (Sanguineti) sia poesia? Ancora, a mio avviso, bisogna chiedersi quale poesia sia possibile.
La poesia che si emancipa dalla colpa dell'utilità a cui io mi dedicherei è una poesia colta, ma non erudita. La poesia che io sceglierei è una forma di sperimentazione. Inutile, forse, è soltanto la pseudo-poesia (e la pseudo-canzone) che oscilla fra la legge di mercato e l'inflazione delle immagini (per intenderci, le rime obbligate “cuore-amore”, i testi che devono «parlare di gabbiani»). La poesia colta, delle regole e del lettore preparato, che per Valerio Magrelli è l'alfabetizzazione di chi si approccia alla lettura, non può prescindere da una base di consapevolezza personale: diventa terreno di confronto e curiosità. Deve anche essere, secondo me, stimolo ad approfondire la realtà e occasione di conoscenza; la poesia non è altro che approfondimento della realtà, sotto prospettive e sensibilità diverse. Come chi ascolta una sinfonia inizia a mostrare il suo interesse nel momento in cui si interroga sulle battute, sulle note e sul loro possibile significato, così un termine complesso, una figura retorica, un significato oscuro offrono la possibilità di un'apertura mentale che il lettore interessato ad approfondire vorrà ricercare.
E però, poesia colta (spesso sembra essere dimenticato) non deve significare poesia elitaria, monopolio di pochi adepti, ma una sintesi fra la cultura "dotta" (difficoltà), nella misura in cui essa sperimenta, e la cultura "popolare" (accessibilità), nella misura in cui essa richiama immediatamente, rievoca, risuona, commuove, si lascia ascoltare.
Una poesia 'democratica', in conclusione, si rivolge a tutti, ma come un'offerta alla ricerca, il che è altro dal consumo immediato.
E però, poesia colta (spesso sembra essere dimenticato) non deve significare poesia elitaria, monopolio di pochi adepti, ma una sintesi fra la cultura "dotta" (difficoltà), nella misura in cui essa sperimenta, e la cultura "popolare" (accessibilità), nella misura in cui essa richiama immediatamente, rievoca, risuona, commuove, si lascia ascoltare.
Una poesia 'democratica', in conclusione, si rivolge a tutti, ma come un'offerta alla ricerca, il che è altro dal consumo immediato.
mercoledì 23 maggio 2012
Capaci 1992
Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola
Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini
Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perché è in ciò che sta l'essenza della dignità umana
(Giovanni Falcone)
Non è facile essere capaci di ricordare e offrire il senso del ricordo in poche frasi. Si rischia la retorica e la retorica indebolisce la forza dei significati; si rischia il coinvolgimento personale e il coinvolgimento personale tende a far perdere la lucidità. Ma esistono sempre almeno due direzioni percorribili: una è palesemente giusta, l'altra è un'anticipazione della parte peggiore della morte. A percorrere la prima, passione e retorica diventano fieri mezzi.
Da parte mia, scelgo forse il modo peggiore per intervenire, ma quello più ricco di silenzi e pause, di condivisioni (la condivisione di silenzi e pause scandisce forse la riflessione) e la (tentata) quotidiana militanza morale.
Con una carica maggiore, ripropongo la mia riflessione.
Uomini senza morte
A Falcone e Borsellino,
agli uomini senza morte
che chiedono ragione e cercano giustizia
per essere liberi.
E parliamo noi
che quotidianamente moriamo
e che quando temiamo la fine
siamo già nati morti.
Parliamo quando è bene parlare,
pensiamo quando è giusto pensare.
Scorgiamo gli agrumeti da vent’anni
tingersi di sangue
e il sangue si chiede la ragione,
e noi stiamo in silenzio.
E agli antipodi del mondo distante e tranquillo
aspetta quello di uomini dentro il cemento,
di uomini incauti nell’acido
per l’illusione che una terra atavica
respinga la fionda,
perché un singolo respiro
non sia costante concessione.
Forse perché muore giovane
chi è caro agli dèi,
e allora muore in fretta
chi è giusto fra gli uomini.
Ma continuerò finché spoglia
d’ogni pensiero poetante
strascicherò dissanguata la sola verità:
son uomini che uccidono altri uomini,
è il silenzio che assassina il pensiero
e la libertà di pensare;
è l’odio, il rancore,
è una natura ferina che noi
scientemente scegliamo,
chiamando i morti giusti,
condannando i vivi
e serrando le fauci,
finché non le forza il dolore.
(Simone Risoli)
mercoledì 16 maggio 2012
Intermezzo. Incontro con uomini e idee
«Tre passioni, semplici ma irresistibili, hanno governato la mia vita: la sete d’amore, la ricerca della conoscenza e una struggente compassione per le sofferenze dell’umanità. Queste passioni, come forti venti, mi hanno sospinto qua e là secondo una rotta capricciosa, attraverso un profondo oceano di dolore che mi ha portato fino all’orlo della disperazione.Per prima cosa ho cercato l’amore, perché dà l’estasi, un’estasi così profonda che spesso avrei sacrificato tutto il resto della vita per poche ore di una tale gioia. L’ho ricercato anche perché allevia la solitudine, la solitudine paurosa che induce l’io cosciente a affacciarsi rabbrividendo sull’orlo del mondo per fissare lo sguardo nell’abisso freddo e senza fondo dove non c’è più vita [...]
Con uguale passione ho cercato la conoscenza. Ho desiderato di conoscere il cuore dell’uomo. Ho voluto sapere perché le stelle brillano. Mi sono sforzato di rendermi conto della potenza già intuita da Pitagora, che assicura al numero il dominio sopra il fluire delle cose. In parte, in piccola parte, vi sono riuscito.
L’amore e la conoscenza, nella misura in cui sono stati possibili, conducevano su verso il cielo. Ma la compassione mi ha sempre riportato sulla terra. Gli echi di grida di dolore risuonano nel mio cuore. Bambini che muoiono di fame, vittime torturate dagli oppressori, vecchi indifesi considerati dai figli un peso insopportabile, e tutto quel mondo di solitudine, povertà e dolore trasformano in beffa ciò che la vita dell’uomo dovrebbe essere. Provo lo struggimento del non poter alleviare questi dolori, e anch’io ne soffro».
Bertrand Russell
venerdì 11 maggio 2012
Ti libero la fronte
Mi perdoni il Poeta
se raccolgo la sua traccia madreperlacea
sei forse il solo animale vivente
a cui nuocerebbe l'oltre-pensare.
Ho sceso dandoti litri di bile
a ogni tuo disappunto
un milione di scale.
Ti lascio i tuoi cristalli
e ti aiuto a raccoglierne i riflessi
pesanti sulle pieghe della sera.
Se io sentissi queste voci venire
anche dal fondo delle tue quisquilie,
saresti tre quarti di atomi
ignei che mi sfavillano nell'anima.
Ma sento solo silenzio suonare,
a scorno di chi crede
che la realtà è migliore
di quella che si vede.
maggio 2012
(Simone Risoli)
lunedì 7 maggio 2012
Il «nodo» Alfano (e altre incomprensioni)
È di questi giorni il proclama, la pronta replica, la contesa orgogliosa, senza cenno di cedimento, la scelta cavalleresca e di stile di non demordere (parafrasando le parole dell'on. Cicchitto) del segretario di un importante partito.
Sia chiaro, ogni modesta opinione qui espressa vuole essere una riflessione sulla delicatezza e sugli imprevisti svolgimenti delle pubbliche affermazioni, soprattutto se provengono da figure che, per disparate ragioni non sindacabili, si ergono a modello, al punto di proporsi alla guida del Paese.
L'oggetto del contendere si può così riassumere: il segretario in questione dichiara che le tasse (espressione generica, ma sintetica) stanno diventando particolarmente opprimenti; che questo fatto grava soprattutto sulle imprese; che quelle stesse imprese sono creditori dello Stato, da cui attendono pagamenti arretrati per prestazioni offerte. Ergo: a quegli imprenditori dovrebbe essere concesso di poter compensare debiti e crediti verso lo Stato. Più semplicemente (perché è bene comprendere i dati, prima di giungere al giudizio), il piccolo imprenditore in attesa di pagamento dovrebbe versare all'Agenzia delle Entrate le imposte meno il suo credito e, nel caso, non pagarle affatto se il credito superasse quanto dovuto allo Stato.
Ora, è ovvio che il pericolo di un fraintendimento di questo principio è probabile. Perché è ovvio che i toni elettorali suscitano furori e non riflessioni fredde e che il rischio di compensazioni arbitrarie è molto elevato. Su una materia tanto viscerale come quella fiscale, fondata sull'odio naturale e diffuso del contribuente medio verso il Fisco, insomma, il confine fra compensazione ed evasione fiscale può diventare labile e grava sull'ideatore del metodo compensativo non dare adito a dubbi.
Precisiamo: il principio di compensazione, già applicato fra privati, può essere legittimo se una legge fissa rigorosamente un criterio per definirlo che dovrebbe, senz'altro, prevedere l'esclusività dello Stato a procedere e autorizzare lo "scambio". In nessun modo si dovrebbe lasciar intendere che l'autotutela verso lo Stato sia una forma lecita per esercitare un presunto diritto.
Il problema è altro: rivendicare in forma di ultimatum così inusualmente tassativo qualcosa del genere era opportuno?
Politicamente, se politica è misura e capacità di attrarre consensi (proprio oggi alcuni quotidiani riportano le discussioni sul cambio di leadership nel PDL per attrarre più elettori), lo è di certo; politicamente, se politica è capacità di indirizzo della società, tentativo di ‘raddrizzare le storture sociologiche’, lo è meno.
Io intendo chiedermi, senza pretesa di rispondere: non si sarebbe dovuta scegliere una minore enfatizzazione e una superiore, per quanto più noiosa e meno "comunicativa", chiarezza espositiva? Quale sarà l'effetto su chi è convinto che le tasse siano “pizzo di Stato” (vedi il “nuovo” Grillo), che pagarle è un'ingiustizia legalizzata, che le tasse degli imprenditori del Nord paghino i sussidi ai fannulloni del Sud, dimenticando che con le tasse lo Stato, nonostante gli enormi sprechi, finanzia (purtroppo poco) e garantisce l'Istruzione, fa funzionare gli Ospedali per la cura di tutti i cittadini, garantisce le cure mediche (fatto per niente scontato altrove nel mondo)?
Non sto costruendo l'apologia dello Stato e delle buone maniere (con cui spesso si edulcorano grandi lacerazioni); non sto giustificando l'ordine costituito (peraltro bisognoso di profonde riforme). Sto cercando di affrontarlo razionalmente. Per queste ragioni mi chiedo: l'imprenditore meno onesto sarà più o meno indotto a “compensazioni arbitrarie”? L'evasore fiscale sentirà o meno un sostegno (anche se involontario) psicologico a continuare la sua attività parassitaria?
Ecco il centro della questione: Non è probabile che qualcuno intenda questo eventuale diritto come una attuale autodifesa, se la questione è posta in termini confusi e coloriti? È la questione secolare della “eterogenesi dei fini”: da una causa possono originarsi effetti imprevisti e, anzi, esclusi dall'autore come conseguenze del suo gesto. Per questo la politica deve valutare tutti i rivolgimenti delicati della propria azione: per questo i partiti, talvolta, devono evitare la leggerezza dei proclami.
Ben venga una regolamentazione legislativa del punto, anche se resta da domandarsi molto sul merito. Quel che non dovrebbe accadere è alimentare le tensioni e le esasperazioni. Rassicurare gli imprenditori onesti con i toni propagandistici non elimina le tensioni. Lo scontro quasi ricercato con il Governo, che sul tema delle “compensazioni” si era espresso duramente, sembra favorire questa seconda via.
«Chi incita all'evasione meriterebbe un trattamento molto più rigoroso nel contesto sociale», si è espresso il Presidente Monti. E ha ben ragione il Presidente del Consiglio ad affermare che la situazione economico-sociale attuale è risultato della cecità di governi passati, che giustificare anche indirettamente forme di “autotutela fiscale”, di fatto evasione, ha risvolti criminogeni, perché, fino a prova contraria, il boicottaggio dell’IMU è reato e atto di egoismo (qualcuno si è mai interrogato sulla situazione di chi nemmeno può permettersi l'acquisto di una "prima" casa o ha posto il problema dell'IMU in termini di graduabilità e non di alternativa "tutto o nulla"?).
Lo Stato è sistema, per quanto malfunzionante, e le tasse sono forma di partecipazione al sistema.
Questo non vuol dire che lo Stato sia infallibile.
La protesta è sacrosanta, la demagogia è dannosa. L’appesantimento della tassa sulla prima casa è il prezzo di una scelta popolare (l’abolizione dell’ICI) ma fallimentare.
Quale sia la reale intenzione o buona fede degli esponenti del partito dei proclami, poco importa. Poco importa se il Governo Monti ha interpretato la reazione di quel partito come una exscusatio non petita («Senza che io mi riferissi ad Alfano molti esponenti del suo partito lo hanno difeso», precisazione del Presidente del Consiglio).
La protesta è sacrosanta, la demagogia è dannosa. La leggerezza è pericolosa.
Una certa deriva in corso è preoccupante (e qui il riferimento è più ampio e generale), e non perché dovrebbe terrorizzare il cambiamento dello status quo (questo potrebbero obiettarmi i “Grillini”). Al contrario, è preoccupante perché ricerca il cambiamento minando le basi sociali e meritocratiche dello Stato, la cui affermazione È IL CAMBIAMENTO.
giovedì 3 maggio 2012
Manifesto per una nuova consapevolezza poetica
Non chiedermi la chiacchiera chiassosa
che tace al fondo quando la si interroga
o ricomponga i ruderi del mare.
Non chiedermi di trebbiare la crosta
della terra con formula squadrata
o con ordinanza di tribunale
e non chiedere se l'anima attende
ancora ferma fra il nervo spinale
e la ghiandola pineale: domandalo
ad altri, se cerchi risposta facile.
Non sono uno scienziato di parole
che smerci a basso prezzo soluzioni.
Tu ed io saremo entrambi più poeti
se chiederemo ragione agli istanti
anche senza pretendere risposta
e scriveremo il nostro manifesto
a colpi di martello e di sapere
di non-sapere, giorno dopo giorno.
Ed essere poeti è avere il sapore
dolce-amaro di ogni angolo del mondo.
(Simone Risoli)
domenica 29 aprile 2012
III. L'avvenire dei diritti e delle libertà
Non negare diritti non significa necessariamente riconoscerli. Non vuol dire, cioè, necessariamente ammettere una disposizione naturale di quel soggetto a far valere la sua pretesa, ma può significare l'impegno per assegnargliela. Può sembrare una sottigliezza linguistica, in realtà si tratta del mezzo maggiormente efficace per demistificare, smascherare l'inconsistenza di alcuni ragionamenti considerati “forti” e sostenuti in questo Paese per arginare importanti riforme nel campo dei diritti civili. Chi – politici, accademici, religiosi, associazioni di tendenza – sostiene, ad esempio, che non debbano essere riconosciuti diritti civili agli omosessuali, perché “contro natura”, contrari al concetto di “famiglia naturale” basata sul matrimonio fra uomo e donna, commette innanzitutto un grossolano errore logico.
(Simone Risoli)
Prima ancora delle posizioni etiche e politiche sull'argomento, questa è la chiave di volta per comprendere lo stato attuale delle libertà: se si riesce a dimostrare che l'avvenire dei diritti è monopolizzato, frenato innanzitutto da una serie di inesattezze logiche, si disarmano tutte le presunte argomentazioni, si svelano, si sgretolano le false certezze senza possibilità di replica.
Ora, torniamo al punto. Se si negano i diritti di alcuni individui (consideriamo ancora gli omosessuali) sulla base del principio che essi “naturalmente non hanno diritti”, che “naturalmente i diritti della coppia sono i diritti della coppia eterosessuale”, è chiaro che restano da provare nei fatti le affermazioni (e la prova scientifica o metafisica non esiste). Ma, ancor prima, si formula un ragionamento assurdo. Qualcuno darebbe credito, senza nemmeno indagare un fondamento scientifico ma immediatamente a prima vista, alla frase “dato che piove, mi chiamo Simone”?
È bene dire chiaramente qual è il vizio logico di queste posizioni: affermare i diritti di un soggetto non significa riconoscergli nulla di naturale, ma garantirgli, assicurargli, prescrivergli qualcosa di giuridico-convenzionale, anche contro le pretese “leggi di natura”.
Il rischio del diritto naturale, purtroppo, è quello di un suo possibile uso strumentale, perché il termine “Natura” è estremamente vago e piegabile a interpretazioni illiberali. Ancora più imbarazzanti – e abbondano le affermazioni di alcuni nostri “rappresentanti” politici in questo senso – e infantili sono le tesi “estetiche” ed emotive: «non è giusto (e quindi non merita il riconoscimento di un diritto), perché mi fa ribrezzo». Ma logica formale ha la caratteristica dell’oggettività: chi presterebbe attenzione a un politico se, esaminando le sue frasi, le scoprisse incoerenti nel metodo, prima ancora che non condivisibili nel merito?
La persuasività di una tesi è opinabile, la sua assurdità è un dato di fatto. E gli elementi di assurdità sono molti in molti casi, ma sono pure la principale debolezza del sistema culturale che vuole assassinare le libertà.
Eccone alcuni.
Preteso punto di forza di queste tesi è il fascino di cui si ammantano, ergendosi a paladini dell’ordine naturale come ciò che è “buono e giusto”. La politica dei valori etici assoluti spesso diventa politica di intolleranza. Oltretutto, i diritti non devono essere ricalcati sulla falsariga di un modello indiscutibile e preesistente. Si deve ammettere che è riduttivo riconoscere e trasporre quel che accade sotto i sensi in regole, modi di convivenza, relazioni sociali, accettare l'equazione questo è, questo deve essere: dovremmo essere fieri di vagare nudi per le foreste, coperti di fango, di bere dai fiumi, di comunicare con versi gutturali, di abitare le caverne, di riprodurci come animali, di regolare le controversie secondo l'istinto, di lasciar svolgere alla malattia il suo corso naturale fino alla morte. Qualcuno dei galantuomini che giustificano la negazione dei diritti degli omosessuali, perché contro natura, crede che dovremmo vivere naturalmente dedicandoci allo stupro, abbandonando le città, regolando i rapporti con la forza, negando quel che, in un solo termine, si definisce “socialità”? La socialità è necessariamente altro dalla natura: ciò che preme è avvalersi in modo costruttivo di questa alienità, tendendo a una sempre maggiore affermazione e non alla compressione di diritti che creazione “civile” o “sociale”, e non naturale, sono. Creare diritti è segno di civiltà, ostinarsi a riconoscerli per temporeggiare sul tema è defilarsi da una cultura liberale.
Se poi si vuole accennare una soluzione scientifica al problema, Natura è la totalità dei fenomeni del mondo: nel momento in cui un fatto accade diventa naturale, cioè parte della Natura stessa.
Altro caposaldo di chi – ormai è evidente – ostacola l'avvenire delle libertà e dei diritti è semplice: esistono, secondo loro, diversità incolmabili in natura che gli uomini (o lo Stato) non possono e non devono eliminare. Così, un parlamento di mortali non può modificare la Natura che vuole l'uomo unito alla donna, i matti insanabili, la minoranza sopraffatta dalla componente più forte: in natura l'animale isolato dal branco muore; può forse il legislatore invertire questa legge immutabile?
Questo principio è un asservimento della logica all'ideologia liberticida. Dire che in natura gli uomini sono diversi, riconoscere che in natura sono diversi, non vuol dire che (come cittadini) gli uomini devono essere diversi! Questo è un salto logico enorme. Osservare che in natura “pesce grande mangia pesce piccolo” – scriveva Scarpelli –, non significa che si debba tollerare che le cose continuino a svolgersi in questo modo, che “pesce grande ha diritto di mangiare pesce piccolo”: non è forse quel che accade quando affermiamo, nella Costituzione, l'uguaglianza fra uomini che vivono in condizioni estremamente diverse?
Natura e diritto si sviluppano su piani separati: tutti i sistemi di norme, di regole, di precetti sorgono in contrasto con la natura. Nessuno, con cognizione di logica, giustificherebbe l'omicidio sulla base della constatazione che “così accade in natura”, “così in natura il più forte prevale sul più debole”, “l’uomo è predisposto alla violenza”.
Su un punto particolare è necessaria cautela. Politicamente una simile operazione, che logicamente è vizio di ragionamento, diventa un efficace strumento anti-liberale.
Bisogna guardarsi da coloro che oggi ostacolano la libertà e i diritti con queste argomentazioni, perché la loro politica spesso non è ignoranza del vero, ma falsificazione ben studiata.
Quando chi sostiene queste tesi è uno sprovveduto, i danni dovrebbero limitarsi, ma l’impatto culturale sulle masse (per le quali l’autorità è pur sempre un modello di comportamento) non è da sottovalutare.
Quando chi sostiene queste tesi compie una sottile operazione ideologica, cercando di fornire una visione oggettiva della realtà che, invece, ne è una deformazione, il pericolo è maggiore. Chi nega le libertà in nome della natura o di altre presunte certezze assolute non è un ingenuo che incorre in errore di distrazione, ma un raffinato esperto che occulta intenzionalmente le realtà, facendo leva su convinzioni primordiali, sulla sensibilità e, soprattutto, sull'impreparazione generale.
L'arresto delle libertà è un'aberrazione della ragione. Nel migliore dei casi è un errore logico, quasi sempre è un consapevole atto di giustificazionismo.
Nel nostro Paese le libertà potranno avanzare se si sveleranno i progetti politici; ma, sviluppare il dibattito sul piano puramente politico è sconveniente, perché obbliga ad assumere una posizione, a compiere una scelta di responsabilità, a dichiarare le reali ragioni e i reali scopi della propria azione.
Chi ostacola le libertà oggi non proclama pubblicamente: “Io sono l'uccisore delle libertà”. Chi arresta l'avvenire dei diritti, oggi, si dichiara convinto riformista, ma alimenta le pulsioni ataviche e istintive dell'uomo: quelle naturali, appunto.
La negazione delle libertà e dei diritti si fonda sulla riduzione della consapevolezza individuale e collettiva. Il futuro delle libertà e dei diritti dipende dal dubbio e dalla cultura personale.
(D’altra parte, mi rendo conto che questi discorsi sono troppo impegnativi e che vivere sereni e indisturbati è di gran lunga più comodo. Specialmente se il problema sembra riguadare qualcun altro; e anche a costo di vivere meno liberi).
(Simone Risoli)
mercoledì 25 aprile 2012
XXV Aprile. Il senso della Resistenza
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| Milano, Corteo da Porta Venezia a Piazza Duomo per la celebrazione della Liberazione |
Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA
(Piero Calamandrei)
lunedì 23 aprile 2012
Musica e Poesia. Bob Dylan
Con il testo di Bob Dylan si inaugura lo spazio dedicato al legame fra musica e poesia.
Hey! Uomo del tamburo, suona una canzone per me,
sono sveglio e non ho un posto in cui andare.
Hey! Uomo del tamburo, suona una canzone per me,
nel mattino della tua melodia metallica, io ti seguirò.
Anche se so che l'impero della notte si è ridotto in sabbia
scivolata dalla mia mano
e mi ha lasciato qui, cieco, fermo, ma ancora sveglio,
la mia stanchezza mi sorprende, ho le stigmate ai piedi,
non ho nessuno da incontrare
e la vecchia via vuota è troppo morta per sognare.
Hey! Mr. tambourine man, suona una canzone per me,
sono sveglio e non ho un posto in cui andare.
Hey! Mr. tambourine man, suona una canzone per me,
nel mattino della tua melodia metallica, io ti seguirò.
Portami in un viaggio sulla tua magica barca turbinosa,
i miei sensi sono stati strappati, le mie mani non hanno
tatto per aggrapparsi,
tatto per aggrapparsi,
le dita dei miei piedi troppo intorpidite per muovere un passo,
aspettano solo i calcagni delle mie scarpe per vagabondare.
Sono pronto per andare ovunque, sono pronto per scomparire
nel mio corteo e lasciare che la tua danza sillabi il mio cammino,prometto di affondare sotto il suo suono.
Anche se è possibile che tu senta ridere, e girare,
e andare con passo smanioso incontro al sole,
io non ho meta, è solo una fuga nella corsa;
solo in cielo non esistono confini che confinano.
E se senti vaghe tracce di un vacillare saltellante di rime
sul tuo tamburo a tempo, è solo un logoro buffone dietro di te
da quattro soldi, è solo un'ombra che stai vedendo
rincorrerti.
dentro le rovine di nebbia del tempo, oltre le foglie ghiacciate,
gli alberi infestati e terrorizzati, fra la spiaggia turbinosa,
lontano dalla ricerca estenuante della folle tristezza.Sì, per danzare sotto il cielo di diamante, con una mano che fluttua libera,
disegnato dal mare, circondato dal circo di sabbia,
con la memoria e il destino trascinati sotto le onde:
lasciami dimenticare di oggi fino a domani.
Hey! Mr. tambourine man, suona una canzone per me...
>QUI per ascoltare il brano
>testo originale
(Bob Dylan, trad. libera S.R.)
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